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Ferve il dibattito: RIFLESSIONI SULLA SCIENZA MAGICA

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Paolo Schianchi: L'articolo della pagina della cultura di Repubblica del 10 novembre "Se la scienza sembra magia" a firma di Umberto Eco credo sia da non perdere, almeno per noi medici. Personalmente mi ha richiamato il recente convegno CSeRMEG di Rimini già precedentemente segnalato da Vassura: Medicina generale: arte, culto, scienza o professione. Sono certo che a Massimo Tombesi non sarà sfuggito. L'articolo di Eco credo sia la perfetta appendice del convegno che almeno nella prima giornata ha trattato gli stessi temi, curioso che il quadro di Rembrandt "Lezione di anatomia" sia l'icona di entrambi gli avvenimenti, articolo di Eco e convegno CSeRMEG. Citerò solo alcuni passi: "La fiducia, la speranza nel miracolo non si è affatto dissolta. Il desiderio di simultaneità tra causa e effetto si è trasferito su ricerca e tecnologia. Che cosa è la magia, che cosa è stata nei secoli e che cosa è, come vedremo, oggi, sia pur sotto mentite spoglie?... La magia ignora la catena lunga delle cause e degli effetti e soprattutto non si preoccupa di stabilire provando e riprovando se ci sia un rapporto replicabile tra causa ed effetto...La conclusione polemica di questo mio intervento è che il presunto prestigio di cui gode oggi lo scienziato è fondato su false ragioni, ed è in ogni caso contaminato dalla influenza congiunta delle due forme di magia, quella tradizionale e quella tecnologica, che ancora affascina la mente dei più." Lo CSeRMEG ci ha già fatto un congresso segno, dell'elevato livello di elaborazione teorica sui risvolti della nostra professione, raggiunto da quei colleghi.

Vincenzo Antinucci:Forse dovremmo metterci d'accordo sul concetto di magia per non restare legati all'immagine di Mago Merlino e della bacchetta magica. Per i Greci magia era la religione dei Magi, popolo asiatico. Non si tratta di voler essere per forza precisi, ma se di un concetto prendiamo soltanto una parte rischiamo di perdere il resto. Nel concetto antico e anche primitivo di magia non e' presente il cortocircuito ne' l'eliminazione dei passi intermedi. Per es., nella cerimonia di fecondazione della terra di una tribù australiana, viene scavata una buca, piantati intorno dei rami e i maschi della tribù danzandoci intorno cantano dicendo: non e' una buca ma una vulva. Viene compiuta un'azione magica che "serve a trasferire l'energia psichica sulla terra in modo che la terra riceva un valore psichico particolare (il valore di un atto sessuale) e diventi, quindi, oggetto di aspettativa. Con questo nasce la possibilità che l'uomo dedichi la sua attenzione alla terra (premessa psicologica dell'agricoltura) con ovvi vantaggi per la fertilità del campo"(Jung). Qui l'azione magica non fa nessun cortocircuito, ma serve a creare le premesse perché un primitivo possa continuare a dedicare attenzione al campo e possa aspettarne i frutti. Tutto il contrario, quindi, della velocità. E' chiaro che il primitivo non si pone il problema del rapporto di causa-effetto, anche perché non saprebbe cosa farci. Credo invece che la magia come viene intesa oggi, e come la intende Eco, sia piuttosto legata ad un atteggiamento "nevrotico" cioè ad un evitamento di un conflitto. Come dice la Von Franz, la magia (così intesa) e' sempre legata alla volontà di potenza dell'Io, che appunto vi ricorre per proteggersi da un conflitto: " non vi sarebbe nulla da ridire sull'atteggiamento magico, se non che attraverso di esso il conflitto non viene elaborato e sofferto nella sua pienezza, per cui non può esservi presa di coscienza e integrazione del contenuto psichico ad esso inerente". Se intendiamo, per es., la malattia non come una tegola che ci cade in testa per caso ma come l'espressione somatica di un conflitto in cui siamo impigliati, allora si capisce perché tante persone cerchino la soluzione nella pillola miracolosa. La nostra "condanna" e' che non possiamo più ricorrere alla magia come la intendevano i primitivi ne' alla magia "nevrotica" che non porta da nessuna parte, quindi non ci resta che cercare di ampliare la nostra coscienza, con tutte le pene che questo comporta.

Giuseppe Belleri: Solo qualche riflessione sull'articolo di Eco. Mi pare che il suo presupposto di fondo sia una separazione tra tecnica e scienza che nella realtà è assai meno netta, tant'è che molti ormai parlano di tecnoscienza. Voglio dire che non solo c'e' sempre stata un'interazione tra avanzamenti della tecnica (ad esempio nuovi strumenti di misura e\o di osservazione, basta pensare al microscopio) e progressi teorici e\o esplicativi ma anche che ormai le spiegazioni scientifiche non riescono più a stare dietro agli avanzamenti tecnologici. Secondo Longo, cibernetico e traduttore di tutti i testi di Bateson, ormai la scienza intesa in senso classico (ovvero come corpus di leggi e teorie generali che spiegano dettagliatamente i fenomeni naturali) e' stata superata da un modo di procedere molto pratico, privo di "una teoria che consenta di descrivere il funzionamento o gli effetti a lunga scadenza" dei sistemi oggetto della ricerca (ad esempio l'informatica, le reti ma anche le biotecnologia e gran parte della medicina). Basta vedere come procede la ricerca biologica, vale a dire più sul bricolage e sull'improvvisazione che non su solide basi teoriche: la regola e' sempre e solo quella di variare un parametro per vedere i suoi effetti e tentare, a posteriori, di farsi una vaga idea teorica di come funziona il tutto, senza alcuna pretesa di riuscire a ricostruire il processo sottostante in modo esauriente e univoco. I limiti dell'approccio di Eco: la scienza "pura", quella cioè che si interessa di "di ipotesi, esperimenti di controllo e prove di falsificazione", spesso e volentieri, per i motivi detti sopra, non ha la minima idea di cosa succeda precisamente nella scatola nera tra l'input e l'output, cioè non e' in grado di fornire una spiegazione dettagliata e univoca ex ante (prima dell'esperimento) della lunga catena interna che esita negli effetti osservabili e neppure del rapporto "razionale" tra causa, processi ed esiti. Ricordo, qualche anno fa', l'intervento di Bertolini al congresso di Soragna dello CSERMEG che aveva illustrato proprio la fallacia e i limiti di alcune ipotesi fisiopatologiche razionali nel predire gli effetti terapeutici di alcune terapie (Massimo tu ti ricorderai certamente gli esempi!). Sempre sullo stesso argomento Satolli aveva sottolineato in un suo articolo, mi pare su O.C., il quasi completo abbandono di ogni spiegazione razionale a livello di studi EBM, che si limitano ormai a "vedere l'effetto che fa' il farmaco", disinteressandosi completamente degli aspetti fisiopatologici ("la catena delle cause ed effetti, lunga e mediata" di Eco). Credo che questo fatto sia da attribuire all'enorme complessità e caoticità della biologia, che impedisce di istituire nessi semplici e necessari tra causa ed effetto ed obbliga ad accettare la logica probabilistica, come ben sappiamo per esperienza diretta.

Massimo Tombesi:Io non vedo limiti nell'approccio di Eco, perché lui parla della percezione del pubblico, ovviamente semplicistica sul piano filosofico, e non si propone di fare un discorso sulla scienza. Eco si avventura in queste valutazioni semplicemente per analizzare il modo in cui vengono percepite dal pubblico, per cui non ha molta rilevanza capire se e' vero, e fino a che punto, che la scienza e la tecnologia siano entità nettamente separate. Le persone non sanno nulla della "scienza", e del suo metodo (rigoroso o casuale, consapevole o feyerabendiano che sia) mentre hanno un rapporto fenomenico con la tecnologia e questo rapporto si colloca secondo Eco nello spazio mentale del mondo magico. Abbiamo parecchie categorie mentali: sicuramente c'e' quella del pensiero razionale e della scienza, ma nella nostra mente non c'e' un "pensiero tecnologico", e perciò certi fenomeni sono andati a sovrapporsi all'area del pensiero magico. L'osservazione e' assolutamente convincente per un "mutualista" qualsiasi, e spiega benissimo quello che vediamo tutti i giorni nei nostri studi: un conto e' spiegare come si e' prodotta una conoscenza (ad esempio la logica del metodo sperimentale) e un conto e' dare o non dare una pillola, fare o non fare un esame. Chi vuole o non vuole, accetta o non accetta un determinato intervento, non sembra di regola molto interessato a sapere se e su quali basi ne sia provata l'efficacia. Per la verità un limite grosso c'e', ma Eco non può esserne consapevole. Me ne sono accorto notando che non si tratta di un articolo scritto per la Repubblica, ma di un discorso per un convegno di oncologi. Il limite e' chiaro: non sa con chi sta parlando, cioè ignora che il ricorso alla magia e' un atto deliberato e consapevole di una parte del mondo medico, a cui sta benissimo che la gente comune ignori il metodo e la complessità dei rapporti causa-effetto. Se non fosse così cosa resterebbe del potere? In questo senso fa quasi sorridere che sia andato a dire in un certo contesto che se si vuol far capire la scienza questo e' affare dei medici, e che bisognerebbe ricominciare tutto daccapo, sin dai banchi di scuola. Lo sanno benissimo e in realtà non gliene frega niente a nessuno se la gente non capisce la scienza: va benissimo che creda alle magie della tecnologia, perché le magie le detengono i maghi, e non e' mica vero che una laurea in medicina sia meglio di una magia (tanto più se fatta da un medico, ovviamente).In questo senso il suo messaggio avrà rassicurato l'uditorio: supponendo di affrontare un problema che i medici si pongono (il che non e' affatto vero) Eco afferma che non ha soluzioni da offrire, e che risolverlo e' molto difficile. "Magnifico!", avrà pensato qualcuno degli illustri presenti: se non lo sa neppure Eco, noi stiamo tranquilli almeno fino alla pensione.

Giuseppe Belleri: Tuttavia Eco da' la SUA personale definizione di scienza autentica e "pura" - contrapposta alla tecnologia magica e "impura" cara alla gente comune - quella cioè del procedimento logico che prevede alcune tappe a base "di ipotesi, esperimenti di controllo e prove di falsificazione", che mi pare abbastanza superata dagli eventi e dalla prassi di laboratorio. Sempre domenica su domenicale de Il Sole c'e' un interessante articolo del biologo svizzero Ghering che racconta come si e' arrivati alla scoperta del gene che sovraintende e regola lo sviluppo dell'occhio nella drosofila facendo da "comandante" ad altre migliaia di geni. Una scoperta fondamentale per la biologia dello sviluppo, anche in chiave evoluzionistica, emersa casualmente grazie al meccanismo della serendippità e non dopo una fase di ipotizzazione. Voglio dire che non sempre si parte da un'ipotesi ben precisa da verificare o falsificare empiricamente, come "ipotizza" Eco; spesso l'ipotesi esplicativa viene dopo la semplice manipolazione sperimentale del vivente o per caso o in modo anarchico, proprio come aveva teorizzato Feyerabend. Ad esempio, in analogia a ciò, mi pare di poter affermare che anche i percorsi logici della diagnosi sono altrettanto anarchici e disordinati, proprio per il fatto che non utilizzano solo la rigorosa logica ipotetico-deduttiva ma una anche l'analogia, la deduzione, l'intuizione etc. etc..

Max Vassura: Vorrei essere provocatorio : e se fossero proprio la spannometria e la praticoneria le Scienze, con tutta la dignità di questa parola, della MG ?? Noi siamo scienziati di una frontiera non ancora esplorata, siamo soli, non abbiamo mezzi ne' metodi certi e ci muoviamo con algoritmi che ai più appaiono improbabili, ma e innegabile che facciamo un buon mestiere. Sostanzialmente ci manca un "nome" interessante col quale etichettare la *nostra* scienza spannometrica e praticonesca, una etichetta spendibile, come lo e' stato Evidence Based Medicine. Saranno gli studi fatti in questi anni sui metodi delle reti neurali artificiali, che somigliano molto al metodo di apprendimento del MMG e non solo, ma io ritengo che spannometria e praticoneria siano abilità Scientifiche irrinunciabili per un buon MMG. E sono anche convinto che basterebbe trovargli un altro nome per renderle estremamente popolari.

Giuseppe Belleri:I teorici del cognitivismo organizzativo parlano di "capacità negativa"intendendo con tale espressione l'attitudine a reggere l'incertezza, il disordine e l'ambiguità che e' insita in certi contesti, come appunto la mg, dove con gli anni si impara a barcamenarsi tra la Scilla della razionalità "alta" e Cariddi della praticoneria meccanica e iporiflessiva. L'altro tratto essenziale della mg, che va a braccetto con la capacità negativa, e' la divaricazione, più accentuata rispetto ad altri settori, tra sapere tacito-pratico e corpus teorico formalizzato-ufficiale, tra le cose che impariamo a fare con l'esperienza e ciò che riusciamo a descrivere "oggettivamente". E' chiaro che per compensare tale divario sarebbe necessario un surplus di auto-riflessività che tuttavia ci fa' storicamente difetto (mi riferisco alla realtà italiana). Il guaio e' che, per giunta, la consuetudine alla spannometria e alla praticoneria atrofizza l'attitudine a tradurre il sapere tacito in esplicito, per quella parte più o meno grande che si presta a tale operazione senza essere travisata o stravolta.

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