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Ferve il dibattito: Curare il rischio cardiovascolare

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Antonio Tazza, di Piedimonte Matese (CE), scrive il 7 maggio:

"Mi ritrovo a leggere e compulsare due studi recenti su farmaci che abbassano in maniera statisticamente significativa il rischio di eventi cardiovascolari. Cerco di mantenermi aggiornato, a fatica, ma ci provo. Dunque vediamo...i numeri ci sono tutti, e che numeri! Migliaia di pazienti. Il rigore scientifico e' fuori discussione. Il confronto e' fatto con un farmaco storico. Beh, non c'e' proprio paragone.

Tutto bene dunque. Sento anche un piccolo moto di orgoglio per i successi che la medicina va compiendo a pie' sospinto. Ma, ma. Il problema e' che io sono un medico di campagna, che ha ereditato la diffidenza dei contadini, che sono duri a convincersi, vivono nel dubbio e per fargli cambiare impronta, ce ne vuole! Infatti, la mia mente bacata, nota alcune cose che gli danno fastidio.

1)Il prezzo. La molecola innovativa costa al confronto della sorella obsoleta, tremendamente di piu'. Qualcuno farebbe di tutto(o quasi) per far fruttare il suo investimento.

2) Il fattore di rischio in esame. Perbacco, e' cosi' "sfumato" che mi rendo conto con raccapriccio, che personalmente non lo considererei degno di essere trattato, quotidianamente e vita natural durante.

Questo genera in me delle conclusioni dettate dall'istinto, proprio per questo assolutamente grossolane e scientificamente inesatte .

Noi siamo probabilmente la prima generazione di medici che curano malattie prima che esse si prendano la briga di verificarsi. Curiamo le probabilita'. Supponiamo allora, per assurdo, che uno studio, ineccepibile dal punto di vista scientifico, dimostri che somministrando ad una persona assolutamente sana, una determinata sostanza, gli si procuri un reale beneficio (P> 0021).

Finiremmo per somministrarla a tutti.

Che fine hanno fatto i "malati"?"

Gli risponde Vincenzo Antinucci di Roma:

"Diciamo che prima ancora di questo vorrebbero indurci a curare.... i bilanci delle aziende del farmaco. La "dominante" economica sembra ormai l'unico motore della ricerca in medicina. Non e' stato sempre cosi': basti pensare alle diatribe dell'altro secolo circa l'attribuzione del proprio nome ad una malattia o ricerca etc. Li' il motore era piu' di tipo personale (ambizione, sensazione di immortalita' legata alla malattia o scoperta chiamata con il proprio nome etc.) con qualche caso di vera e propria dedizione alla scienza. Oggi le aziende devono produrre fatturato e se non ci sono nuove malattie da curare, che rendano a sufficienza, si curano le probabilita', come tu fai giustamente notare. La cosa stupefacente e' che, a forza di parlarne e di leggere articoli, sono quasi riusciti a convincerci che questa e' la cosa giusta. Chi crede che le ideologie siano morte rischia di passare per ingenuo: l'ideologia "viva" e' quella di cui non si percepisce la presenza e che incide sul comportamento delle persone, le quali credono fermamente di essere nel giusto: questa e' la funzione di una idea "dominante" quando si organizza in sistema. Non resta altro che prenderne coscienza e continuare a porsi in modo problematico.

Ribatte Antonio Tazza, ricollegandosi al discorso sulla presenza delle ideologie:

"Aggiungerei che noi siamo chiamati ad agire su un'umanita' "imperfetta". Sappiamo bene quanto sia difficile agire sui comportamenti di vita non salutari...anzi a volte li diamo per scontati. E cosi' se si facesse un trial su attivita' fisica vs placebo(o vita sedentaria)credo che darebbe risultati ancor piu' eclatanti. Ma nessuno si strappa i capelli perche' non riesce ad incidere sul fumo, sul consumo eccessivo di alcolici, sull'atrofia muscolare. E' sempre il concetto della pallottola magica che, nonostante tutto, prolunga la vita. Mi e' stato annunciato uno studio su un antiipertensivo che si propone come ideale nell'iperteso fumatore".

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