“Il mio studio non è un supermarket!”: grido accorato, ma spesso, silenzioso

Simonetta Pagliani
Medicina generale, Milano

Mi capita più spesso di quanto vorrei (e penso capiti anche i miei colleghi) che un paziente si presenti da me con una richiesta terapeutica già strutturata nella sua mente, fino addirittura, a concretizzarsi nel nome commerciale del farmaco che vuole prescritto. La fonte del suo supposto sapere è, il più delle volte, Internet, altre volte, amici e conoscenti. Io reagisco in maniera diversa a seconda dello stato economico, sociale e culturale di chi mi sta davanti (più è elevato, più mi rifiuto di aderire alla richiesta) e dello stato di avanzamento della giornata (alle ore 20 del lunedì sarei disposta a chiudere tutti e due gli occhi su qualsiasi nota AIFA e mi trattiene solo la paventata ritorsione della ASL). Comunque, mi sento sempre sottoconsiderata come professionista, forse perché incapace, io fra tutti i miei colleghi, di farmi considerare. Come è stato ripetuto da più parti, d'altronde, il medico di medicina generale è sotto ricatto, dal momento che il numero di quote capitarie su cui si basa il suo stipendio mensile è strettamente legato al gradimento che i suoi iscritti hanno di lui e sulla sua possibilità di esprimere autorevolezza pur andando contro la corrente dell'imperante disease mongering mediatico.

Ma, come recitano i detti popolari, tutto il mondo è paese e ma mal comune, mezzo gudio: si stima che arrivino al 10% del totale le visite mediche in cui i pazienti fanno esplicita richiesta di un trattamento; la maggioranza di queste richieste viene esaudita, anche quando in contraddizione con il punto di vista scientifico del medico. Premette queste informazioni un interessante studio di Debora A. Paterniti e colleghi apparso di recente sulla prestigiosa rivista Archives of Internal Medicine (2010; 170: 381 ) e intitolato "Getting to ‘No': strategies primary care physicians use to deny patient requests": questi ricercatori dell'University of California di Sacramento hanno messo in piedi un trial randomizzato sul comportamento dei medici di medicina generale in risposta alla richiesta di farmaci antidepressivi da parte di pazienti addestrati a insistere sulla richiesta. Lo studio dà per scontato che la questione sia non perdere la "fiducia" del paziente senza addossarsi la responsabilità di una prescrizione indebita e rileva che le tattiche che hanno permesso ai medici di dire di no 84 volte su 199 (circa il nel 40% delle visite) sono queste:

  • approfondire il discorso sulle fonti delle richieste;
  • rinviare la decisione del trattamento a una visita specialistica;
  • fare una diagnosi diversa dalla depressione;
  • prescrivere farmaci diversi da quelli richiesti, 
  • prescrivere esami diagnostici
  • negare le richieste minimizzando la necessità di farmaci.

Vale la pena di tenere presente che, tra tutte le scelte di comportamento, le prime tre sono quelle che deludono meno il paziente.

Vuoi accedere a tutti i contenuti del sito e inviare commenti?
Se sei un utente registrato esegui ora il login oppure registrati gratuitamente»