<p class="caso">
IL CASO | <b>Timorato di Dio o matto?</b><br />
Il
mio "c'era una volta" incomincia da un un bar del centro della
mia città, una comunità del Sud d'Italia di circa 100.000 abitanti
dove quindi capita di conoscersi abbastanza.<br />
Anche
i medici, a metà mattinata, si concedono spesso un caffè (per
"spezzare", come si suol dire) e così quel giorno avevo fatto
anch'io. In tale contesto, per un medico di famiglia col massimale di
scelte significa essere spesso riconosciuto e fatto oggetto di
proposte di offerta del caffè o di aperitivi, a seconda dell'ora
e, quel giorno, tra le persone che si erano fatte avanti con me, vi
era Antonio B, commerciante ambulante in articoli di merceria, il
padre di una famiglia di miei assistiti composta da moglie, raffinata
sarta di capi in pelle e da due figli universitari, di cui uno
impegnato in studi filosofici.<br />
Nella
piacevole contesa iniziale su chi dovesse offrire al dottore, che tra
l'altro capitava di rado in quel locale, Antonio aveva dovuto
capitolare ma, pur nella concitazione delle operazioni, non aveva
perduto l'occasione di bisbigliarmi che tutto andava bene in
famiglia, che lui e signora addirittura avevano trovato il tempo, la
sera, di frequentare una scuola da ballo, ma che, negli ultimi mesi,
erano un po' preoccupati da certi comportamenti del figlio
"filosofo": stava troppo tempo chiuso nella sua stanza, preso
com'era costantemente da certe letture a carattere religioso,
disponibile a parlare quasi esclusivamente di Dio, scarsamente
propenso a uscire con gli amici, insolitamente trascurato, con
capelli e barba molto lunghi e incolti.<br />
In
fondo, è prassi che, ovunque si trovi, il medico sia preda di
richieste di appuntamenti o prestazioni volanti sotto forma di
consigli e opinioni, non sempre esaudibili al momento: distratto
dalle conversazioni incrociate da bar (tutte calcio, politica e buon
umore), non trovai di meglio che consegnargli un semplice e
frettoloso "vienimi a trovare, vediamoci in studio".<br />
Ho
dimenticato l'episodio e sono trascorsi più di tre mesi, durante i
quali il mio caffè di mezza mattina l'ho preso in altri bar della
città o addirittura in ambulatorio, finché, un giorno, Antonio si
presenta da me trafelato, durante le visite.<br />
E'
rosso in volto e affannato: "Dottore mi aiuti ! Mio figlio è
barricato in casa , è confuso e minaccia di ........ tutto ! ".<br />
Il
Centro di igiene mentale, a quel punto da me attivato per telefono,
interviene tempestivamente e con l'ausilio delle forze dell'ordine lo
ricoveriamo in regime di Trattamento sanitario obbligatorio .<br />
Oggi,
il "filosofo " sta bene, pratica una terapia psichiatrica e ha
ripreso gli studi con discreto profitto. Antonio e signora ballano,
mi si dice, più soddisfatti che mai e io il caffè scelgo per lo più
di prenderlo solitario a una macchinetta di periferia.
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Le riflessioni che
vengono suscitate dalla lettura di questo aneddoto medico (in cui
ciascun collega, mutatis mutandis, potrebbe immedesimarsi) sono
diverse:
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si
è configurata un'ipotesi di errore o di
difetto di comunicazione, influenzata dal contesto?
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fuori
dal suo abituale contesto lavorativo, il medico avrebbe potuto fare
di più per identificare l'inizio di un delirio che si sarebbe
strutturato al punto di portare al TSO?
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quali
sono, se ce ne possono essere, i confini di una professione, gli
spazi leciti in cui pensare di staccarsi veramente dal proprio
ruolo?
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A
quest'ultima domanda risponde con grande efficacia l'introduzione
(uno stralcio della quale si può trovare nel sito, alla sezione
"arte e mestiere") alla nuova edizione del libro <i>Orientarsi
in psichiatria</i>
di Francesco Benincasa e colleghi, di cui <i>Occhio
Clinico</i>
ha già dato recensione.
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Se
è lecito che esistano limiti oltre i quali il medico è solo una
persona privata, è chiaro che, fuori da questi limiti, non esiste
difetto di comunicazione, perché non dovrebbe esistere comunicazione
di tipo clinico. L'errore, caso mai, è stato del padre, nel
parlare di un argomento per lui importante in un contesto frivolo e
di sfuggita.
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Di
fatto, però, i medici accettano, di buon grado o loro malgrado,
frequenti incursioni dentro i propri confini privati; ma, se
ascoltano le domande, acconsentono, implicitamente, anche a dare
risposte. Si potrebbe anche obiettare che è prerogativa del medico e
non del paziente, o del parente, valutare l'importanza clinica di
una situazione; tuttavia, anche se così fosse, il luogo dove
considerare le opzioni diagnostiche non è il bar, ma l'ambulatorio
o il domicilio del paziente. Nel caso narrato, non vi sono stati nè
accesso ambulatoriale nè richiesta di visita a domicilio, per cui i
sensi di colpa (tanto spesso connessi ai sensi di onnipotenza, come
ben riflettono Benincasa e colleghi nel libro citato) appaiono del
tutto fuori luogo.
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Nel
caso proposto, la preoccupazione del padre, forse perchè non del
tutto credibile, immersa come era tra notizie di allegria coniugale e
di scuole di ballo, non ha contagiato il curante: d'altronde, i
mezzi di comunicazione hanno resi avvezzi a ben altre, esplosive,
manifestazioni di fondamentalismo religioso. La dedizione assoluta
alla ricerca di Dio, d'altronde, non deve necessariamente
configurarsi come manifestazione di pazzia: il più delle volte resta
nell'ambito delle stranezze innocue e, spesso, transitorie e non è
un male che un medico sia restio a farla oggetto di cure
farmacologiche.
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In
ambito psichiatrico, ci si è spesso chiesti se la religiosità sia
un sintomo di malattia mentale, se causi la malattia mentale o se,
all'inverso, protegga da essa o la curi.
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Un
eccesso di religiosità (ma chi stabilisce quanto misticismo è
eccessivo?) è stato osservato come sintomo di disturbi di
personalità borderline, o in corso di episodi psicotici o di
epilessia del lobo temporale.
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Per
converso, in alcuni studi psichiatrici (Pargament 1997, Koenig
2001),:la religiosià è stata indagata quale strumento di
miglioramento del coping: le persone con invalidità fisica che usano
meccanismi religiosi di adattamento sembrano sviluppare meno
frequentemente depressione e ansia rispetto a quelli che non lo
fanno. E' stata persino coniata la dizione di neuroteologia, per
indicare lo studio della relazione tra biochimica del cervello e
ritualità religiosa, le cui espressioni spaziano dalla nenia di
preghiera ripetitiva (il rosario) alle vorticose danze Sufi.
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Gli
studi hanno portato ad alcune costatazioni:
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durante
gli stati mistici si attiva il lobo temporale destro;
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la
pratica religiosa in comunità porta al rilascio di endorfine (con
annesso miglioramento della cenestesi);
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i
livelli di interleuchina-6 sono significativamente inferiori tra le
persone che frequentano regolarmente servizi religiosi rispetto a
coloro che non lo fanno.
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Nella
sfera di intervento della medicina generale, però, la religiosità
non viene, di norma, considerata un argomento di cui parlare con il
paziente, in quanto appartenente alla sua sfera personale. Si può
dire che, insieme alla sessualità, resti un tema il cui avvio è
lasciato all'iniziativa del paziente e intorno al quale non sia "di
buon gusto" fare osservazioni o porre domande nel dettaglio,
dimenticando che proprio le questioni che intridono di sè la mente e
il corpo del paziente sono quelle più dovrebbero riguardare il
medico di famiglia.
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<p class="bibliografia">
Bibliografia<br />
Koenig HG
et al. Religion and coping with serious medical illness. The Annals of
Pharmacotherapy 2001; 35: 352.<br />
Koenig HG et al. Religion and mental
health: evidence for an association. International Review of Psychiatry
2001; 13: 67.<br />
Pargament K. The psychology of religion and coping: theory, research,
practice. Guilford Press:1997.
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Scacciare Dio dalla mente (con gli psicofarmaci)
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