<p class="firma">
<b>Sergio Bernabè</b><br />
Medicina generale
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Si
è tenuto al Lingotto di Torino, nei giorni 29 e 31 ottobre, un convegno
dal
titolo "Promuovere e sviluppare comunità di pratica e di apprendimento
nelle
organizzazioni sanitarie" con l'intento di proporre una riflessione
organica
circa le potenzialità e i possibili rischi della formazione continua
necessaria
a una crescita coerente del sistema sanitario regionale, quale si attua
nelle
comunità di pratica.
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<p>
L'obiettivo emergente dei professionisti delle cure
primarie (determinato dalla progressiva riduzione dei posti letto, dalla
dimissione precoce dagli ospedali e dall'invecchiamento della
popolazione), è
offrire alle persone in carico al medico di medicina generale un
processo di
cura in grado di generare, pianificare, organizzare e amministrare cure
mediche, infermieristiche e servizi di cura che siano appropriati sia
per
l'agenda del paziente, sia per quella professionale e scientifica del
medico,
sia per quella organizzativa ed economica del Servizio sanitario
nazionale e
regionale.
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<p>
Ragioni di equità e qualità richiedono che il
processo di cura sia omogeneo e uniforme su tutto il territorio, ma
l'obbligo
di rispondere al bisogno assistenziale a un livello individuale (la
cosiddetta
personalizzazione dei servizi offerti al fine di promuovere l'<i>ability
to cope</i> del singolo), comporta
inevitabilmente la comparsa di una certa variabilità delle risposte. È
essenziale ricordare che i professionisti delle cure primarie non
possono in nessun
caso (per esempio, per pluripatologia, politerapia, fragilità economica e
sociale) considerare non eligibile alla cura una qualsiasi delle persone
in
carico. La singolarità dei casi li obbliga a negoziare sempre, e in modo
differenziato, i piani di assistenza individuali (PAI), per giungere
comunque,
anche in condizioni di incertezza, alla decisione di volta in volta
migliore.
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Il gap, anche cognitivo, tra la teoria (l'EBM, le
linee guida eccetera) e la pratica che questa condizione di decisione
nell'incertezza
produce, origina una sensazione di inadeguatezza professionale: le
azioni
mediche non sono mai quelle che si pensa siano dovute, la gestione delle
patologie non è mai sistematica, come da protocolli, il rapporto con i
pazienti, che si aspettano altro, può diventare difficile. I medici di
medicina
generale fanno fronte all'imbarazzo con la narrazione delle singolarità
esemplari da sottoporre ai colleghi, ricorrendo all'interazione e al
confronto
tra pari; prende, così, forma, spontaneamente, una comunità di pratica,
dove
individuare prassi condivise da attuare nelle numerose prevedibili
future
condizioni di incertezza operativa.
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L'offerta
di PAI condivisi, anche se variabili, attraverso servizi e processi
descrivibili come appropriati (Starfield) in quanto in grado di
soddisfare il
bisogno assistenziale del singolo paziente per le loro caratteristiche
di
accessibilità, continuatività, completezza e coordinazione permette di
identificare indicatori adeguati e integrati per le tre diverse agende
attive:
l'agenda del paziente, della medicina e del SSN/SSR.
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Il monitoraggio dei singoli PAI e dell'appropriatezza
dei servizi attraverso i quali vengono erogati, rende la clinical
governance
strumento sensibile e adeguato a descrivere e progettare la prassi
professionale
reale (anche quando variabile, perché condizionata dalle singolarità) e
interessantissimo strumento pragmatico di educazione e sviluppo
professionale
continuo, per di più di efficacia valutabile.
</p>
<p class="bibliografia">
Bibliografia
</p>
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Starfield B. (1992) <i>Primary
Care: Concept, Evaluation, and Policy</i>. London, Oxford University
Press
</p>
Il processo di cura del paziente sul territorio
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