La salute in Africa è ancora in ritardo

da un articolo di Filippo Curtale (http://saluteinternazionale.info/)

In un numero di settembre del New England Journal of Medicine è descritta la situazione,  nell'Africa sub-sahariana, dell'epidemia di colera divampata in Zimbabwe e da lì passata ai paesi confinanti.

Più di 150 anni fa, il medico inglese John Snow, considerato uno dei padri dell'epidemiologia, notò che i quartieri di Londra più colpiti dalle ricorrenti epidemie di colera erano quelli che utilizzavano l'acqua del Tamigi, dove all'epoca si riversavano i liquami fognari della città. Per primo intuì, quindi, le modalità di trasmissione del colera e l'importanza della contaminazione dell'acqua nella trasmissione della malattia, quasi 30 anni prima che Robert Kock scoprisse il vibrione. Nello stesso periodo venne realizzato un progetto per mettere fine ai miasmi che appestavano Londra, specialmente d'estate, con la costruzione di una rete fognaria di quasi 2000 chilometri (che è tuttora in uso), per lo smaltimento delle feci nel Tamigi a valle della città. Si interruppe, così, il ciclo di epidemie di colera che avevano afflitto Londra nella prima metà del IX secolo.

Il colera è una malattia possibile da prevenire e facilmente curabile con una terapia di reidratazione orale (Oral Rehidratation Therapy, ORT). Messa a punto negli anni '60, essa si attua con una miscela di sale e zucchero in proporzioni tali da facilitarne l'assorbimento da parte dell'organismo, che permette di ricorrere alle infusioni endovena solo nei casi più gravi e di ridurre la mortalità del colera a meno del 1%. Se, invece, il colera non viene trattato, può portare a morte poco tempo dopo la comparsa dei sintomi, con quella rapidità e frequenza (30-50%) che ha scatenato il terrore nelle epoche passate, in occidente, ma tuttora, in Africa e nelle fasce di popolazione più vulnerabili. In Asia, considerata un tempo la patria del colera, l'uso diffuso della ORT ha contribuito a ridurre la mortalità dei casi di colera dal 30% a meno del 1%, prevenendo milioni di decessi. In Africa, invece, sembra evidente che sia le misure preventive sia  quelle terapeutiche non sono state ancora adottate in maniera adeguata alla gravità della situazione epidemiologica. Nel 2005 l'incidenza di colera riportata in Africa è stata 95 volte superiore a quella riportata in Asia e 16.600 volte quella in Sud America. Nel 2007, la percentuale di decessi tra gli africani ammalati di colera è stata sette volte più alta di quella in Asia, mentre in Sud America l'ultimo decesso dovuto al colera risale al 2001. Migliorare l'accesso all'acqua potabile, ai servizi igienici e ai servizi sanitari di base è tra gli obiettivi di sviluppo del millennio (MDGs), accettati da tutti gli stati membri delle Nazioni unite. È tuttavia evidente che il manifestarsi delle epidemie di colera in Africa rappresenta un fallimento della comunità globale nel perseguire questi obiettivi. C'è bisogno di un maggiore impegno per mobilitare le risorse necessarie affinché anche in Africa siano realizzate le misure idonee a prevenire e trattare questa malattia, soprattutto tra i poveri che ne sono maggiormente colpiti.

Bibliografia

  1. Cattive acque. John Snow e la vera storia del colera a Londra. Introduzione e traduzione di Tom Jefferson. Il Pensiero Scientifico Editore, 2007.
  2. WHO - Cholera
  3. Mintz ED et al. A lion in our village - The unconscionable tragedy of cholera in Africa. New England Journal of Medicine 2009; 360: 1060-63

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