Le sofferenze

Nel gruppo di anziani che vado a visitare a casa c’è anche la signora Luigina. Lei ha superato alcune malattie importanti di cui rimangono gli esiti: la cardiopatia ischemica e ipertensiva, il tumore all’utero e le trombosi venose alle gambe con le ulcere varicose che si aprono al minimo trauma. Queste malattie le definisco trascurabili da quando una forma di Alzheimer si è impossessata della sua mente e del suo corpo, cambiandole la vita. Eccomi davanti al portone della vecchia casa popolare anni 50, senza ascensore, 86 scalini: quante volte li ho contati sbuffando! Suono sempre due o tre volte prima che qualcuno mi apra. Una vocina esile al citofono si informa:
«Chi è? Il dottore?»
«Sì, oggi è martedì, so che  mi aspettate, vero?» rispondo.
«Quinto piano…» conferma.
Scatta l’apertura, mi avvio per la scalata, so per esperienza che quando il battito sale in gola sono arrivato, tiro il fiato, spingo la porta socchiusa, la piccola e minuta badante singalese mi attende nell’angusto ingresso senza luce.
«Salve… Scusa faccio fatica a ricordarmi il nome, voi singalesi ne avete tanti e lunghissimi.»
«Mio nome Sumìa, dottore, lunghi nomi lascia stare…»
«Sumìa, come andiamo?»
«Male…»
«La signora Luigina sta male?»
«No, io male, io piange, lei cattiva, brutte parole a me…»
«Sumìa, non so che dirti, mi dispiace. Non è colpa sua. E’ il suo male…»
«Io stanca, io non posso più…»
Lamenti gridati e imprecazioni interrompono la conversazione.
«Sente, dottore? Vado camera, calmo signora, preparo per visita. Tu aspetta casa.»
Per casa intende il soggiorno cucina dove tutto è fermo. Guardo intorno curioso. In un angolo le foto incorniciate mi richiamano il passato. Ricordo l’infarto che si portò via il marito di Luigina molti anni fa. Ricordo l’influenza o la bronchite di uno o l’altro dei suoi tre figli maschi. Ora sono sposati, hanno le loro famiglie. Anche quando Luigina rimase sola c’era la vita nella sua casa. Sulla tavola… toh, guarda, c’è la mia cartella pronta! Su questa tavola ,erano sparse in apparente disordine varie riviste di moda, stoffe, il metro da sarta, gessetti, aghi e fili. I vestiti ancora abbozzati erano appoggiati allo schienale delle sedie.
Un giorno, Luigina si accorse che il lavoro non procedeva e mi chiamò. Ricordo che sul divano erano deposte alcune maglie, incompiute, con i ferri incrociati a trafiggere gomitoli di vari colori. Col tempo si sono fermate tante altre cose in questa casa come luci  spente una a una. E’ scomparsa la gabbia con il canarino, è sparito il cagnolino: nessuno ha più tempo e voglia di accudirli. I vasi di fiori alle finestre sono stati rimossi. Fuori il poggiolo, il suo orgoglio, è spoglio. L’angoletto delle foto non è stato aggiornato. Come un piccolo altare al centro c’è il suo matrimonio in bianco e nero, intorno i matrimoni dei figli, la nascita dei nipoti, ma non la loro crescita. Il giradischi non c’è più, neanche le raccolte della lirica, i 33 giri…
«Dottore, signora pronta. Siamo camera.»
Mentre mi avvicino sento sibilare:
«Chi ha chiamato il dottore? Tu, brutta vigliacca!»
Entro in camera, Luigina è seduta al bordo del letto. Mi annuncio con un accattivante:
«Buongiorno signora!»
«Vai a casa tua! Non ho bisogno di dottori!»
«Signora Luigina, sono passato di qui, per salutarla…»
Mentre le parlo, rivolge epiteti irriferibili a Sumìa che si ritira a testa china, nascondendo le lacrime. Apro la borsa ed estraggo lo stetoscopio e l’apparecchio della pressione. L’ammalata spia le mie manovre, si calma, come se riconoscesse la mia autorità dagli strumenti che uso. Si lascia visitare. Le parlo a ogni manovra, gliela spiego; in questo modo riesco ad attenuare la sua diffidenza.
Rientra Sumìa, accompagna Luigina in «casa» tenendola a braccetto, la fa sedere sulla poltrona, mette su l’acqua per il thè, estrae dal freezer il pranzo per il microonde. L’assenza di odori mi richiama il profumo del caffè che Luigina mi offriva immancabilmente quando stava bene. Le pentole fumanti emanavano aromi di ragù, di minestre, di arrosti.
Mi siedo, apro la cartella, scrivo l’esito della visita cominciando così: stazionaria… La signora Luigina mi osserva assorta. Sumìa mi dice che devo parlare con uno dei figli. Fa il numero al telefono e me lo passa.
«Senta, dottore, siamo molto preoccupati per la salute della mamma. E’ sempre agitata, le gocce per tenerla tranquilla non funzionano. Però non le dia quelle pastiglie che la rimbambiscono. Si ricorda che era caduta e quasi si rompeva il femore?»
«Signor Vinicio, credo che non sia solo un problema di pastiglie. Sua mamma è troppo sola anche se ha Sumìa. Non riescono a comunicare: la lingua è importante. Per questo si arrabbia, aggredisce, soffre e fa soffrire. Poi ha pochi stimoli che possano interessarla: le mancano le sue stoffe da toccare, la musica… Penso ci vorrebbe un po’ più di presenza di voi fratelli…»
«Sta insinuando che ce ne infischiamo? E’ più che sufficiente la badante, che ci costa, sa? La mamma veniamo a trovarla a turno la domenica. Anche noi abbiamo la nostra vita, il lavoro, la famiglia. Più di così cosa si può fare?»

Finisce così la visita. Saluto la malata che mi ha già dimenticato. Sumìa mi accompagna alla porta con gli occhi ancor umidi, rispondo «coraggio» al suo sospiro, le stringo la mano.

Scendo le scale confuso e penso quanto sia contagiosa la malattia di Alzheimer. Si attacca alle cose e le rattrista, si insinua subdola nel malato, aggredisce chi lo assiste e sparge sofferenza in varie sembianze. Oggi sono stato sfiorato dalla sofferenza della vittima incosciente, ho mal sopportato quella falsa del disimpegno giustificato e ho condiviso la sofferenza della dedizione offesa.