Fare ancora il medico

Francesco Carelli

Che ne dite dell'articolo di Ernesto Paola "Emigro per poter fare di nuovo il medico" a pagina 17 di MD del 4 giugno 2008? In esso il collega si lamenta che il rapporto fiduciario con il paziente nella medicina generale italiana è stato inquinato da preoccupazioni inerenti la liceità delle prescrizioni, la necessità di far quadrare i conti aziendali eccetera. Pertanto, Paola desidera cercare altrove una rinascita dell’entusiamo professionale che aveva quando ha iniziato a fare il medico.
Per quanto mi riguarda, risponde al mio stato d'animo e al mio sentire come li sto esprimendo da qualche anno in modo prima sempre più accorato e, infine, scoraggiato.
Quanto a emigrare, però, come pensa di fare il collega? Trasferirsi dall’oggi al domani e dove? Siamo nel 2008 e non c'è più neppure la situazione di recruitment del 2004-2005. Come mi è capitato di discutere con ospiti inglesi al matrimonio di mia figlia, i problemi economici ora toccano anche gli altri paesi del mondo. Inoltre, emigrare è molto duro: si deve avere conoscenza dell'ambiente, della cultura, delle strutture.
Quale altra strada ?

Giuseppe Grasso
Roma

Personalmente, sono di idee molto diverse da quelle che vedo espresse: è vero, il nostro lavoro è oppresso dai lacci dei «decisori pubblici» che talvolta neanche decidono, ma che mettono sempre i costi al primo posto; ma in questi anni, almeno nella realtà di Roma, si è creata un’armonia nel gruppo di colleghi che lavorano alla formazione tale per cui si lavora con entusiasmo, abnegazione e assenza di «primi della classe», che ci ripagano di tante delusioni. E ne è nato un gruppo di amici!
Grazie a questa realtà stiamo faticosamente lavorando con ben 6 (sei) facoltà di medicina, tra loro molto diverse (e per questo ancor più agguerrite, perché si devono anche fare concorrenza); stiamo cercando di contribuire alle sofferenze, ma anche al risveglio, del triennio, sia pure afflitto da ristrettezze economiche mai viste negli anni: alcuni coordinatori non ricevono compensi da oltre due anni, come anche i docenti dei corsi.
Inoltre, stiamo, altrettanto faticosamente, cercando di attuare la formazione continua obbligatoria per i medici di famiglia, da sempre prevista nell’Accordo nazionale, ma mai attuata se non a macchia di leopardo.
Le difficoltà sono enormi, ma cresce il numero di colleghi che decidono di spendere il loro tempo libero per seguire questa strada irta di ostacoli, ma affascinante e ogni giorno più coinvolgente e gratificante.
Intanto che accadono tutte queste cose, andare via? Mai! Sarebbe come tradire i colleghi e il gruppo che si è formato. Se posso dare un timido consiglio a voi tutti, è quello di cercare di costruire gruppi solidali con alcuni principi di base e di andare avanti senza paura e senza tentennamenti: spesso, è proprio la solitudine che ci mortifica.
Lavorare insieme ad altri può essere una causa di sconforto, oppure l’inizio di una esperienza basata sul confronto e quindi di una crescita personale culturale e scientifica. Tutto dipende da come ci poniamo e dai colleghi che incontriamo.
Per me la medicina generale è l'attività medica più affascinante e gratificante che ci possa essere e lo conferma il fatto di aver rifiutato, da specialista dermatologo, di essere assunto all'IDI, il migliore ospedale dermatologico di Roma. Ora, continuo a fare visite specialistiche una volta la settimana, mi occupo di formazione, partecipo al lavoro del sindacato e non mi sento né stanco, né depresso!
Auguro a tutti un buon lavoro e di mantenere l’orgoglio di essere medici italiani e soprattutto medici di famiglia!

Maria Stella Padula

Anch'io condivido lo spirito di Pino Grasso: tutti i pionieri e quelli che hanno portato avanti progetti innovativi lo hanno fatto non perché venivano apprezzati, osannati e ricompensati durante il percorso, ma perché erano convinti della importanza del loro progetto, anche se il traguardo non era ancora a portata di mano!

Paolo Colorio

Concordo con gli ottimisti: è dura essere entusiasti e progredire nella speranza e nella lotta per obiettivi che appaiono quasi banali e al tempo quasi impossibili da realizzare, ma senza un po' di sogni e di speranze, non si campa. La realtà è così deprimente e squallida senza il filtro del sogno, del passo in più e la speranza non la porrei oltre manica o oltre oceano: penso che laggiù che si trovino realtà squallide e deprimenti, più o meno come qua, anche se probabilmente in una cornice più lustra e forse con una maggiore possibilità di realizzare i sogni. Però vedo i sogni d'oltre mare come sogni più irrigiditi rispetto ai nostri sogni latini.

Paolo Evangelista

Secondo me, quello che ognuno ha dentro si ripercuote sul sentire quotidiano: personalmente faccio quello che presumo tutti voi facciate, ma non mi sento affatto frustrato e nonostante l'età, non ho alcuna intenzione di smettere. Faccio anche due specialistiche, ma il lavoro del medico di famiglia per me rimane il più bello di tutti: non c'è paragone. Bisogna sapersi organizzare e a volte rinnovare. La medicina di gruppo in sede unica, che ho aborrito per anni, si è invece rivelata una novità interessantissima che mi ha dato un nuovo impulso a fare bene: vedi gente nuova ogni mattina, problemi nuovi ogni giorno ed è molto stimolante. Bisogna curare il carattere.
All'estero stanno peggio di noi.

Marino Stenio
Messina

La mia esperienza di medicina di famiglia è, a dir poco esaltante, divertente e piena di soddisfazioni, nonostante il dover affrontare quotidianamente i problemi di cui tutti abbiamo esperienza. Mi diverto perché sono organizzato: segretaria, lavoro per appuntamenti, ricevimento a parte dei collaboratori, scarse visite domiciliari, (quelle giuste, come da contratto), grande e oculato uso del telefono. Mi interesso anche di formazione cui delego più del 40% del mio tempo totale. Questo mix si rivela perfetto anche a fronte delle possibili difficoltà di rapporto con i colleghi spesso non consapevoli dell'impegno profuso e a volte pronti a metterti i bastoni fra le ruote, soprattutto quando fai «tanto». Ma nonostante tutto, quando sono in ambulatorio, nel mio studio STUDIO, vivo il momento più interessante della giornata (dopo quelli passati in famiglia, sempre più ridotti alle ore notturne).

Pino Donato

Mi sento vicino a quanto espresso da Grasso e Marino, sempre più consapevole del fatto che il nostro è un lavoro meraviglioso rispetto a molti altri, in ambito sanitario e non. Unico neo è il contesto o «paesaggio», che potrebbe rappresentare la motivazione a emigrare: mi riferisco al livello culturale generale dell'utenza e degli interlocutori istituzionali, sempre più informati ed esigenti, ma anche sempre più caotici e rissosi. Debbo dire che l'effetto squadra (sia di medicina di gruppo, sia di cooperativa, sia di scuola di formazione, sia sindacale), appagami il mio desiderio di sentirmi parte di una categoria che sta con sforzo e caparbietà cercando di riappropriarsi del proprio ruolo.

Luigi Galvano
Palermo

Vorrei resettare la questione affermando che non è citando la nostra realtà di dirigenti e opinion leader che si descrive la situazione in cui versa attualmente la medicina di famiglia italiana:

  • Primo, perché il paese è la somma di realtà molto differenti tra loro
  • Secondo, perché, di fatto, tale medicina è ferma al tempo delle mutue (non a caso ancora il termine è sempre presente nella memoria collettiva e nel linguaggio comune della gente).

Non abbiamo incrociato nessuna delle 3 riforme sanitarie, forse solo sfiorato e non è facile colmare il ritardo sotto tutti i punti di vista e tutte le componenti.
Occorre una strategia complessiva almeno di medio termine.
L'UMG, di cui sono uno dei fautori avendo fatto parte del gruppo di lavoro per la loro creazione, è una tentativo parziale di dare risposta alle criticità dell'area.
Si sta lavorando, dopo un giusto periodo di sedimentazione e confronto, alla revisione di tutta la proposta, ma il lavoro più duro sarà entrare nel cuore e nella testa della gente, per rivitalizzare una professione ormai da troppo tempo ferma.

Giovanni Arpino

E’ vero: la situazione della medicina generale italiana è fortemente differenziata. In Campania, abbiamo un Consorzio che raggruppa circa 25 grosse cooperative, per un totale di medici pari a più un terzo del numero totale di convenzionati della regione. Di queste cooperative, 17 hanno creato una banca dati di tutti i medici consociati organizzati in associazioni in rete e medicine di gruppo e collegati telematicamente tra di loro e con un data center centrale. Con questa banca dati regionale (non pubblica, ma di proprietà esclusiva dei medici produttori dei dati) si fa ricerca e formazione su obiettivi predefiniti e condivisi e in collaborazione con SIMG, Università ed enti interessati alla ricerca clinica ed epidemiologica nell'area delle cure primarie. In questi ultimi mesi siamo stati ingaggiati per contribuire alla realizzazione del SIS regionale e organizzare la rete infrastrutturale dei servizi del SIS per la medicina generale.
Sul secondo punto, Luigi ha ragione solo in parte: la medicina generale italiana, per fortuna, non è del tutto ferma. La SIMG da 20 e più anni ha prodotto una profonda rivoluzione culturale e un bagaglio enorme e diffuso di conoscenza e competenza della disciplina. In questo campo siamo all'avanguardia in campo internazionale.
Vi è un'esigenza confusa ma fortissima (e comune a tutti i paesi occidentali) di assegnare a qualcuno che sia in grado di svilupparla (la medicina di famiglia, appunto!), la creazione di quella nuova entità empirica che io chiamo da tempo col nome di «scienza della gestione dei processi di cura». I paradigmi di questa nuova «cosa» sono complessi perché investono i campi della dottrina come elemento speculativo puro, ma ancor più quelli della struttura e della infrastruttura in senso lato.
Il pericolo maggiore per la medicina generale deriva dall'essersi fatta intruppare in un ruolo sempre più impiegatizio e sempre più lontano dalla natura libero professionale con la quale è nata. Oggi come ieri siamo vincolati al nostro assistito dal rapporto di fiducia e al SSN dal rapporto di convenzionamento. Tuttavia trenta anni di 833 e di esercizio della professione in un mercato protetto dal massimale e regolamentato solo dal consociativismo contrattuale politico sindacale, hanno appiattito la professione nella condizione della quale oggi ci lamentiamo.
Lungi da me l'idea di liberalizzare completamente il mercato nella direzione recentemente prospettata dell'antitrust: sarebbe cadere dalla padella nella brace. Tuttavia, soprattutto i colleghi più giovani e lontani dalla pensione, devono trovare autonomamente forme di cooperazione e aggregazione complesse e funzionali in un quadro disciplinare condiviso dalla comunità scientifica nazionale.

Beppe Montagna
Parma

Io credo che l'insoddisfazione, lo scoraggiamento e la disillusione siano pertinenti più alla sfera esistenziale che a quella professionale e che il sentimento cui fa riferimento l'articolo citato sia il generico scontento della propria vita che, per qualche misterioso fenomeno di conversione si somatizza nello scontento professionale.
Solo in parte la professionalità incide sul livello di soddisfazione che abbiamo della nostra vita, in quanto a essa concorrono (e forse con maggiore peso) anche famiglia, ricchezza, salute, e inoltre anche: amore, clima, amicizie, ambizioni, eccetera.
Siamo tutti in cerca di una terra promessa e qualcuno la va cercando anche in lontananze geografiche.
La nostra professione è soprattutto un evento sociale e come tale è un evento caotico. Nel senso che è mossa da un insieme di forze generate (autorevoli dirigenti, misconosciuti operatori, utenti, legislatori, organizzatori, fruitori, parassiti) in modo tale che con nessuna di esse ha un rapporto di causalità diretta, ma di ciascuna (dalla maggiore alla più debole) rappresenta, secondo una causalità non deducibile, un esito.
La percezione dello scostamento tra l'esito implicitamente voluto dalle nostre azioni e l'esito rilevato in realtà è fonte di frustrazione intellettuale. Emigrare non serve; serve invece la consapevolezza che si lavora tutti insieme a costruire la medicina generale non del futuro, ma del momento: quella che forse non e' esattamente come volevamo, ma che non sarebbe peggiore se non avessimo dato il nostro contributo. La soddisfazione risiede nel piacere intellettuale di continuare a darlo, questo contributo, coltivando insieme, convivialmente, la curiosità di vedere quali esiti darà domani.

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