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Comunicati stampa - CS N°29/2017 Vaccini e vaccinazioni Il punto dell’Istituto Superiore di Sanità

Istituto Superiore di Sanità - Ma, 20/06/2017 - 00:08
ISS, 18 maggio 2017


In Italia, abbiamo eliminato da anni gravi malattie infettive, mentre altre, come la meningite o il tetano, mietono ancora vittime nella popolazione non vaccinata e patologie croniche che entrano in causa nella genesi di tumori, come l’epatite B, sono state pressoché eliminate nelle fasce d’età giovanili, quelle cioè che sono state sottoposte a programmi di immunizzazione universale. I quattro vaccini obbligatori, quelli contro poliomielite, tetano, difterite ed epatite B, hanno ridotto enormemente il carico di malattia e mortalità nel nostro Paese. Purtroppo, a partire dal 2014, le coperture vaccinali contro queste quattro malattie infettive sono scese pericolosamente al di sotto del 95%, considerata la soglia ottimale per tenerle sotto controllo, nelle fasce d’età a cui la vaccinazione è offerta.

Altri vaccini, da tempo raccomandati, come quello contro il morbillo, pur riducendo di almeno 20 volte l’incidenza di malattia, non sono ancora utilizzati appieno. Infatti, sebbene l’OMS avesse previsto e chiesto l’eliminazione del morbillo nei paesi europei per il 2015, ancora assistiamo ad ondate epidemiche come quella che si è drammaticamente verificata quest’anno in Italia.

Difatti, abbiamo avuto già oltre 2300 casi di morbillo e la situazione è tutt’altro che sotto controllo dal momento che le coperture vaccinali sono scese nel corso degli ultimi due anni in media, nel nostro Paese, dal 90% all’85%. Il morbillo, in particolare, è una malattia molto contagiosa, per cui non si ottiene il beneficio dell’effetto gregge al di sotto di soglie vaccinali molto alte, pari al 95%. Inoltre, il morbillo non è affatto una malattia banale, dal momento che in circa un caso su 30 può causare polmonite, e in 1 su 1000/2000 encefalite. In Romania, dove si sono recentemente manifestati più di 4.000 casi, si sono già registrati diversi decessi.

La gravità della situazione italiana è già stata oggetto di un richiamo ufficiale dall’OMS due anni fa ed ora genera nelle Autorità Sanitare internazionali un allarme ancora maggiore alla luce del fatto che degli oltre 2300 casi, ben il 40% ha avuto complicanze che hanno reso necessaria l’ospedalizzazione e, in alcuni casi, solo il tempestivo ricovero in terapia intensiva pediatrica ha impedito l’esito nefasto per i bambini ricoverati.

Dai dati dell’Istituto Superiore di Sanità risultano, infatti, in questo momento suscettibili all’infezione da morbillo, perché non vaccinati, migliaia di bambini, adolescenti e giovani adulti.

Altro gravissimo problema è la mancata adesione alla vaccinazione, anche questa obbligatoria nella stragrande maggioranza dei Paesi del mondo, degli operatori sanitari. L’ISS stima che solo una minima percentuale delle centinaia di migliaia di operatori sanitari italiani sia vaccinata e ciò comporta ulteriori problemi per gli stessi operatori sanitari (dei 2300 casi di morbillo registrati quasi 200 sono tra medici e infermieri) con grave pregiudizio anche per la salute dei cittadini.


L’allarme per la situazione italiana lanciato da tempo dall’Istituto è stato, inoltre, condiviso anche a livello internazionale: le Autorità Sanitarie degli USA, Paese in cui 48 Stati hanno l’obbligatorietà del certificato vaccinale per l’accesso alle scuole ed ai college universitari, e che in questo modo hanno eradicato la malattia endemica, hanno richiamato i cittadini statunitensi a limitare i viaggi in Italia o, se questo non è possibile, di assicurarsi di essere vaccinati contro il morbillo. In assenza di misure chiare ed efficaci altri Paesi potrebbero seguire questo esempio con gravi danni per l’Italia.


L’Istituto Superiore pertanto vuole perciò richiamare le seguenti, indiscutibili evidenze scientifiche:


- I vaccini obbligatori hanno ridotto enormemente il carico di malattia e mortalità nel nostro Paese;


- mantenere soglie elevate di copertura vaccinale è importante, innanzitutto, per proteggere coloro a cui viene somministrato il vaccino e, indirettamente, attraverso il cosiddetto effetto gregge, coloro che, a causa di problemi specifici come immunodepressione, età o patologie specifiche, non possono essere vaccinati o non rispondono alle vaccinazioni. In particolare, la presenza di bambini non vaccinati in ambito scolastico rappresenta un rischio per sé stessi e per i bambini più fragili, che possono essere esposti a malattie infettive particolarmente contagiose che possono mettere a rischio la loro salute anche con effetti potenzialmente gravissimi e persino letali;


Alla luce delle precedenti considerazioni e del contesto specifico definito dall’andamento della copertura vaccinale in Italia, si sottolinea perciò il valore etico dell’atto vaccinale che oltre a rappresentare un diritto per la protezione della propria salute rappresenta anche un dovere di protezione nei confronti della popolazione più fragile ed è per questo che ogni misura che non preveda un rapido ritorno all’obbligo vaccinale, ad esempio sanzioni pecuniarie per i genitori che non intendono vaccinare i propri figli, non appare risolutiva per affrontare in modo efficace l’attuale drammatica situazione.
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Primo Piano - Comitati etici, le Raccomandazioni per la clinica in un nuovo documento del CNB

Istituto Superiore di Sanità - Ma, 20/06/2017 - 00:08
ISS 5 maggio 2017

Pubblicato il documento del Comitato Nazionale per la Bioetica I comitati per l’etica nella clinica che contiene, nella parte conclusiva, le raccomandazioni sulla struttura e le funzioni dei comitati per l’etica nella clinica. Le raccomandazioni riguardano in particolare l’indipendenza, i requisiti per la consulenza, la struttura, la composizione, i compiti, la localizzazione, il coordinamento, le competenze necessarie, il regolamento.
Nel documento, disponibile in allegato, si evidenzia la necessità che i pareri dei comitati per l’etica nella clinica abbiano carattere non vincolante, e che mai i comitati si sostituiscano ai doveri del medico, primo responsabile delle decisioni cliniche.
A soli quattro anni dall’adozione delle regole vigenti in Italia per la composizione e il funzionamento dei comitati etici, occorre infatti adeguarsi a uno scenario totalmente nuovo creato dal Regolamento europeo 536/2014 sulla sperimentazione clinica.
È verosimile che il carico di lavoro imposto dal Regolamento impedisca ai comitati etici per la sperimentazione di occuparsi anche dei molteplici problemi di etica che sorgono nella pratica clinica al letto del malato e che non riguardano l’ambito sperimentale.
Per questo motivo il Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) ha adottato un parere interamente dedicato ai comitati per l’etica nella clinica, auspicando l’istituzione di tali organismi in tutte le sedi opportune e proponendo regole operative per il funzionamento.
Il documento è stato redatto con il coordinamento di Carlo Petrini, responsabile dell’Unità di Bioetica dell’ISS e rappresentante dell’ISS nel CNB, insieme ad altri due componenti del CNB, i Prof. Salvatore Amato e Cinzia Caporale. Il documento è stato votato all’unanimità dall’assemblea plenaria del CNB.
Il testo si apre con una sintesi dei principali precedenti pronunciamenti del CNB riguardanti i comitati etici, cui segue una panoramica sull’attuale assetto normativo per l’istituzione e il funzionamento dei comitati etici. In un successivo paragrafo del documento si evidenziano le peculiarità dell’etica clinica. Un’ampia analisi è dedicata alla necessità di una riforma dei comitati.
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Primo Piano - Un decreto affida all’Iss la responsabilità dei registri di sorveglianza sulla salute

Istituto Superiore di Sanità - Do, 18/06/2017 - 23:41
di Walter Ricciardi

Tutti gli aspetti rilevanti della salute, dalle malattie infettive al tabagismo alle interruzioni di gravidanza, avranno finalmente dei sistemi di sorveglianza e dei registri sistematici, quasi tutti sotto la responsabilità dell’Istituto Superiore di Sanità. La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Dpcm Identificazione dei sistemi di sorveglianza e dei registri di mortalità, di tumori e di altre patologie, in attuazione del Decreto legge n. 179 del 2012, a cui avevamo cominciato a lavorare sin dai primi mesi del commissariamento, rappresenta un passaggio epocale per le responsabilità che ci vengono affidate per garantire al Paese un sistema informativo sanitario adeguato e stabile.
Il decreto individua 31 sistemi di sorveglianza, in buona parte sotto l’egida dell’Iss mentre alcuni fanno capo al Ministero della Salute, e 15 registri di patologia di rilevanza nazionale. I sistemi e i registri serviranno a garantire prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, programmazione sanitaria, verifica della qualità delle cure, valutazione dell’assistenza sanitaria e di ricerca scientifica in ambito medico, biomedico ed epidemiologico. Sono interessati dal provvedimento molti degli argomenti protagonisti delle cronache di questi giorni, dalle malattie prevenibili con i vaccini ai patogeni resistenti agli antibiotici alle patologie legate agli stili di vita. In alcuni casi, come l’endometriosi o la talassemia e le altre coagulopatie, i registri saranno la prima occasione per censire pazienti di cui finora avevamo solo stime di prevalenza, che non ci mettevano in condizione di avere una programmazione efficiente delle risorse, che ad esempio nel caso dei talassemici rappresentano il 10% di tutto il sangue donato nel paese. Finalmente con i registri sarà possibile avere una raccolta sistematica di dati anagrafici, sanitari ed epidemiologici, trattati secondo le norme che garantiscono la privacy. Il decreto stabilisce rigidamente il tipo di dati che si possono raccogliere, chi può averne accesso e le misure per garantirne la sicurezza, esigenza indispensabile come dimostrano gli allarmi per attacchi informatici di questi giorni, che non a caso hanno avuto tra i bersagli primari proprio le strutture sanitarie.
Questa attività di sorveglianza identifica ancora di più e ancora una volta l’Istituto con la sua missione di tutela della salute pubblica, ed è uno dei più importanti risultati ottenuti nel contesto della riorganizzazione.
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Statement from FDA Commissioner Scott Gottlieb, M.D., on the 2016 National Youth Tobacco Survey results

Food and Drug Administration - Gi, 15/06/2017 - 19:49
While the latest numbers from the 2016 National Youth Tobacco Survey are encouraging, it is critical that we work to ensure this downward trend continues over the long term across all tobacco products. Every day in the U.S., more than 2,500 youth under the age of 18 smoke their first cigarette and more than 400 youth become daily cigarette smokers. It is also clear from these most recent numbers that youth are continuing to experiment with, or becoming regular users of, a wide range of other tobacco products.
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Sonar Products ordered to cease operations, Stratus Pharmaceuticals ordered to cease distributing unapproved drugs

Food and Drug Administration - Gi, 15/06/2017 - 18:33
Today, U.S. District Judge Kathleen M. Williams for the Southern District of Florida entered a consent decree of permanent injunction between the United States and Stratus Pharmaceuticals Inc. of Miami, Florida, Sonar Products Inc. of Carlstadt, New Jersey and two of the companies’ officers, Alberto Hoyo and Juan Carlos Billoch.
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Primo Piano - Sindrome Feto alcolica: il centro nazionale Dipendenze e Doping risponde a Lancet

Istituto Superiore di Sanità - Ma, 13/06/2017 - 20:10
ISS 9 maggio 2017

E’ stata pubblicata nell’edizione on line della prestigiosa rivista Lancet Global Health la lettera* di Roberta Pacifici e Simona Pichini del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità con cui si chiede di ridiscutere i dati riportati nell’articolo di Svetlana Popova (Centre for Addiction and Mental Health) sulla prevalenza globale dell'uso di alcol durante la gravidanza e sulla sindrome fetoalcolica (FAS). Secondo questa stima l’Italia è considerata tra i cinque paesi in tutto il mondo con la più alta prevalenza di FAS per 10.000 persone.
Pichini e Pacifici chiedono la revisione del dato per le seguenti ragioni: in base a studi recenti del Centro nazionale Dipendenze e Doping l’esposizione prenatale complessiva all'alcol materno mediante la misura di biomarcatori in meconio neonatale è risultata essere del 7,9% con valori che variavano tra 0 e 10% lungo la penisola italiana con un valore massimo isolato del 29,4% nella Capitale.
Tali dati sono in linea con l’Organizzazione Mondiale della Sanità secondo cui l’Italia è il paese con il minor quantitativo di consumo procapite di alcol (6,7 litri), con la minima percentuale delle donne con consumo problematico di alcol (0,8%) e dipendenza dall'alcol (0,4%) e con la più alta percentuale di donne astemie (37,5%) tra tutti i paesi europei con l'esclusione di stati orientali con prevalente fede musulmana (es. Azerbaigian, Kirghizistan, Tagikistan). Gli studi sul consumo gestazionale di alcol in Italia, inoltre, sono pochi, datati, comprendenti un numero limitato di donne in città selezionate, quindi non rappresentativi della popolazione generale.
Infine i tassi di FAS tra il 4 e 12 per 1000 riportati da Popova e collaboratori per la penisola italiana in realtà provengono da un unico studio osservazionale del 2011 su 976 bambini di una zona suburbana rurale dell’Italia centrale di produttori di vino. Quindi anche in questo caso per nulla rappresentativi della situazione generale italiana.
Pichini, Pacifici e altri colleghi coautori della lettera invitano la comunità sanitaria nazionale a riconoscere la necessità di uno studio appropriato e ben disegnati sull'uso dell'alcol durante la gravidanza scegliendo un campione di donne italiane rappresentative della popolazione generale, misurando il biomarcatore di esposizione fetale all’alcol e organizzando infine un follow-up dei neonati risultati esposti a questo teratogeno. Ciò anche la fine di poter calcolare in modo accurato la reale prevalenza dei casi di FAS. Qualsiasi previsione basata su simulazione non attendibile o dati non generalizzabili, quale quella di Popova e colleghi non può essere considerata attendibile.

*La lettera è stata scritta in collaborazione anche con il dott. Francesco Paolo Busardò dell’Università Sapienza di Roma, il dott. Luigi Tarani e il dott. Mauro Ceccanti del Policlinico Umberto I di Roma
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Comunicati stampa - CS N°28/2017 Okkio alla Salute, diminuiscono sovrappeso e obesità infantile, ma l’Italia resta ancora tra i Pasi con livelli più alti in Europa

Istituto Superiore di Sanità - Ma, 13/06/2017 - 20:10
ISS, 4 Maggio 2017

Ricciardi:Serve lavorare sull’educazione. Il 40% dei genitori con figli sovrappeso o obesi è convinto che abbiano un giusto peso

Spinelli:Nutrizione e attività fisica dei bambini ancora da migliorare

Sono diminuiti del 13% in meno di dieci anni i bambini obesi e in sovrappeso nel nostro Paese. È questo l’ultimo dato rilevato dal Sistema di Sorveglianza OKkio alla SALUTE, promosso dal Ministero della Salute/CCM (Centro per il Controllo e la prevenzione delle Malattie) coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, e illustrato oggi presso l’Auditorium Biagio D’Alba del Ministero della salute, nel corso del convegno Dieci anni di OKkio alla SALUTE: i risultati della V raccolta dati e le sfide future.

I dati sono stati raccolti su un campione di 48.946 bambini di 8-9 anni e 48.464 genitori, rappresentativo di tutte le regioni italiane. I bambini sono stati misurati (peso e statura) all’interno delle scuole da operatori formati con metodologia standardizzata.

Un dato che, se pure conferma la lenta ma costante diminuzione del fenomeno, lascia l’Italia nella classifica dei peggiori Paesi europei per obesità infantile, come dimostra la hildhood Obesity Surveillance Initiative - COSI della Regione europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, iniziativa internazionale a cui partecipano più di 30 Paesi.

L’obesità è diventata uno dei maggiori problemi di sanità pubblica in Italia. Nonostante il miglioramento registrato dagli ultimi dati restano forti differenze geografiche tra Nord e Sud, a discapito di quest’ultimo - dichiara Walter Ricciardi, Presidente dell’ISS - La diminuzione del tasso di obesità nei bambini è un segno che le politiche sanitarie messe in atto cominciano a dare i primi risultati ed è contemporaneamente il segnale che dobbiamo concentrare maggiormente gli sforzi in questa direzione. Tuttavia - prosegue Ricciardi - resta molto da fare, soprattutto nella promozione della consapevolezza sui corretti stili di vita. I genitori devono fare la loro parte: questi dati ci dicono infatti che circa il 40% delle madri di bambini in sovrappeso o obesi ritiene che il peso del proprio figlio sia nella norma.



In particolare, l’indagine coordinata dall’ISS mostra che la percentuale di bambini obesi di 8-9 anni scende dal 12% del 2008/09 al 9,3% del 2016, e quella dei bambini in sovrappeso passa dal 23,2% del 2008/9 al 21,3% del 2016.

La rilevazione 2016, confermando i dati precedenti, ha messo in luce la grande diffusione tra i bambini di abitudini alimentari errate, seppure si sia rilevato un miglioramento per quanto riguarda il consumo di frutta e/o verdura (aumentato) e il consumo di bevande zuccherate e/o gassate (diminuito).Tuttavia è una dieta bilanciata uno degli obiettivi più difficili da ottenere a tavola con i nostri bambini.

In Italia l’8% dei bambini salta la prima colazione e il 33% fa comunque una colazione inadeguata, cioè sbilanciata in termini di carboidrati e proteine condizionando negativamente l’equilibrio calorico del resto dei pasti - spiega Angela Spinelli del Centro Nazionale per la Prevenzione delle Malattie e Promozione della Salute - a metà mattina. Inoltre a metà mattina, il 53% dei bambini fa una merenda troppo abbondante e il 20% dei genitori dichiara che i propri figli non consumano quotidianamente frutta e verdura, mentre il 36% consuma quotidianamente bevande zuccherate o gassate.

Non bisogna dimenticare che ad una sana alimentazione si deve affiancare un adeguato movimento, attualmente ancora poco promosso. Infatti, il 23,5% dei bambini svolge giochi di movimento al massimo un giorno a settimana, il 33,8% dei bambini svolge attività fisica strutturata al massimo un giorno a settimana e il 18% non ha fatto attività fisica il giorno precedente l’indagine. Inoltre, solo circa 1 bambino su 4 si reca a scuola a piedi o in bicicletta. Attitudini che si radicano ancora di più grazie all’uso scorretto delle tecnologie vecchie e nuove: il 44 % ha la TV in camera, il 41% guarda la TV e/o gioca con i videogiochi/tablet/cellulari per più di 2 ore al giorno che è il massimo del tempo raccomandato dagli esperti.


Il problema obesità

L’elevata prevalenza di sovrappeso e obesità infantile costituisce un problema di sanità pubblica a livello mondiale. L’obesità rappresenta un importante fattore di rischio di malattie croniche e, se presente in età pediatrica, si associa ad una più precoce insorgenza di patologie tipiche dell’età adulta. Infatti, l’impatto dell’obesità e delle sue conseguenze in termini sociali giustifica la necessità di intraprendere interventi urgenti ed incisivi per contrastare la diffusione del fenomeno. E’ necessario investire nella prevenzione, anche con il coinvolgimento attivo di settori della società esterni al sistema sanitario, sia istituzionali che della società civile, così come raccomandato dall’Unione Europea (UE) e dall’OMS attraverso strategie e Piani d’azione. Tutte le Regioni sono, inoltre, impegnate nella realizzazione del Piano Nazionale della Prevenzione (PNP) 2014-2018 che, secondo l’approccio del Programma Guadagnare salute, interviene attraverso strategie di popolazione in specifici setting. Particolarmente importante a tal fine è il raccordo tra salute e scuola cui compete un ruolo educativo molto rilevante anche nel supportare e stimolare comportamenti salutari a partire dall’infanzia, coinvolgendo le famiglie e l’intera comunità scolastica.

Il PNP, in particolare, per la prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili mira al raggiungimento dei seguenti obiettivi:

- aumento del 25% dei bambini in allattamento materno esclusivo fino al sesto mese (180 giorni di vita);
- incremento del 15% della prevalenza di bambini di 8-9 anni che consumano almeno 2 volte al giorno frutta e/o verdura;
- riduzione del 30% della prevalenza di soggetti di 3 anni e più che non prestano attenzione alla quantità di sale e/o al consumo di cibi salati.

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Statement from FDA Commissioner Scott Gottlieb, M.D. – FDA is taking new steps to help assess opioid drugs with abuse-deterrent properties

Food and Drug Administration - Ma, 13/06/2017 - 15:03
Last month, I asked my colleagues at the FDA to identify what additional and more forceful steps the FDA can take, on top of the vigorous work the agency is already doing, to address the crisis of opioid addiction. Everyone at the FDA is committed to focusing on all aspects of the epidemic. The new policy steps that we announced included the formation of a steering committee to examine additional regulatory and policy actions that we can take to combat this crisis. This steering committee will place particular emphasis on evaluating efforts we can take to reduce the number of new cases of addiction.
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FDA requests removal of Opana ER for risks related to abuse

Food and Drug Administration - Gi, 08/06/2017 - 22:15
Today, the U.S. Food and Drug Administration requested that Endo Pharmaceuticals remove its opioid pain medication, reformulated Opana ER (oxymorphone hydrochloride), from the market. After careful consideration, the agency is seeking removal based on its concern that the benefits of the drug may no longer outweigh its risks. This is the first time the agency has taken steps to remove a currently marketed opioid pain medication from sale due to the public health consequences of abuse.
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Primo Piano - Depressione, l’efficacia dei farmaci dipende anche dal contesto ambientale

Istituto Superiore di Sanità - Me, 07/06/2017 - 16:56
ISS 27/04/2017

Due studi, coordinati dall’ISS e pubblicati sulle riviste Molecular Psychiatry e Translational Psychiatry, dimostrano come l’ambiente svolga un ruolo fondamentale nell’efficacia dei farmaci antidepressivi

L’efficacia dei trattamenti antidepressivi serotoninergici dipende anche dal contesto ambientale in cui vive il paziente e, quindi, in cui i farmaci vengono assunti. Questo perché l’azione del farmaco consiste, almeno in parte, nell’aumentare la plasticità neurale, amplificando, in un ambiente favorevole, l’opportunità dell’individuo a ridurre o eliminare i sintomi della depressione. E’ questa la conclusione a cui è giunta un’équipe internazionale di ricercatori, coordinati da Igor Branchi, del Centro per le Scienze Comportamentali e la Salute Mentale dell’Istituto Superiore di Sanità, in uno studio pubblicato questo mese su una delle più prestigiose riviste di psichiatria, Molecular Psychiatry. Conclusione che è stata confermata in uno studio gemello condotto dagli stessi autori su pazienti depressi e pubblicato pochi giorni fa sulla rivista Translational Psychiatry.

Gli SSRI - spiega Branchi, affiancato nell’indagine dai colleghi dell’Università La Sapienza di Roma, dell’Università di Modena e Reggio Emilia e dell’ateneo di Zurigo (Svizzera) - non risultano sempre efficaci. Per capirne i motivi, abbiamo ipotizzato come l'aumento della plasticità neurale indotta dal farmaco produca un aumento della suscettibilità agli stimoli ambientali. Di conseguenza, abbiamo analizzato, sia in modelli sperimentali sia in pazienti, il ruolo dell'ambiente nel determinare l'efficacia del trattamento. I risultati hanno dimostrato come il trattamento con SSRI aumenti in modo dose-dipendente l'influenza delle condizioni di vita sull’umore. Ciò è stato osservato sia su parametri clinici, quali la gravità della psicopatologia, che preclinici e molecolari, come i livelli di neutrotrofine e la neurogenesi.

Queste scoperte - conclude il ricercatore - possono contribuire a migliorare la pratica clinica, mettendo a punto strategie terapeutiche basate sulla combinazione del trattamento farmacologico con un approccio terapeutico, come la terapia cognitivo-comportamentale, che permetta, a chi soffre di depressione, di affrontare ambienti di vita avversi ed eventi stressanti con maggiore successo, aumentando l'efficacia del trattamento.

Lo stesso Editor-in-chief della rivista Molecular Psychiatry, il Professor Julio Licinio, dedica un editoriale al lavoro di Branchi e dei suoi collaboratori, in cui commenta come i risultati ottenuti possano spiegare la variabilità dell’ efficacia del trattamento con gli antidepressivi e possano così rappresentare un passo importante per la comprensione del meccanismo di azione di questi farmaci.

Infine, per capire la portata del problema, basti pensare che l’OMS ha definito la depressione una vera e propria emergenza sanitaria che colpisce 322 milioni di persone in tutto il mondo. Tale emergenza è aggravata dal fatto che circa il 60-70% dei pazienti trattati con il farmaco più comunemente utilizzato nelle principali forme di depressione, ovvero gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), non guarisce e il 30-40% non mostra neanche una risposta significativa al farmaco”.
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Primo Piano - Il consumo di caffè riduce del 50% il rischio di contrarre il cancro alla prostata

Istituto Superiore di Sanità - Me, 07/06/2017 - 16:56
ISS 26 aprile 2017

Evidenze da uno studio epidemiologico congiunto ISS-Neuromed condotto su 7.000 uomini

Più di tre tazzine di caffè al giorno riducono il rischio di cancro alla prostata. E’ il risultato di uno studio, pubblicato sulla rivista International Journal of Cancer, condotto dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’IRCCS Istituto Neurologico Mediterraneo - NEUROMED di Pozzilli (IS).
A livello epidemiologico lo studio è stato condotto su circa 7000 soggetti sani maschi di età superiore a 50 anni, selezionati nella coorte Moli-sani, seguiti per circa 4 anni. Per gli studi in vitro, sono state utilizzate 2 linee di cancro prostatico umano su cui sono stati provati estratti di caffè e concentrazioni crescenti di caffeina per valutare potenziali effetti antineoplastici e antimetastatici.
I soggetti che durante la fase di osservazione hanno ricevuto diagnosi di cancro alla prostata sono risultati essere quelli che avevano un consumo inferiore di caffè, rispetto ai soggetti che non avevano ricevuto tale diagnosi. In particolare, è risultato che i soggetti che abitualmente consumano più di 3 tazze di caffè (del tipo italiano) al giorno hanno una riduzione del 53% del rischio di contrarre il cancro alla prostata.
Il nostro studio - dice Francesco Facchiano del Dipartimento di Oncologia e medicina molecolare dell’ISS, uno degli autori dello studio - indica che i consumatori abituali di caffè e che bevono più di 3 tazzine di caffè al giorno hanno minori probabilità di contrarre il tumore alla prostata; naturalmente, come in tutte le cose, vanno evitati gli eccessi che potrebbero avere effetti negativi di altro tipo.
La conferma in vitro è venuta dall’osservazione che su 2 differenti linee di cancro della prostata umano, la caffeina, uno dei principali (ma non l’unico) principio bioattivo contenuto nel caffè, ha una significativa azione antiproliferativa e antimetastatica.
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FDA expands use of Sapien 3 artificial heart valve for high-risk patients

Food and Drug Administration - Lu, 05/06/2017 - 21:44
The U.S. Food and Drug Administration today approved an expanded indication for the Sapien 3 Transcatheter Heart Valve (THV) for patients with symptomatic heart disease due to failure of a previously placed bioprosthetic aortic or mitral valve whose risk of death or severe complications from repeat surgery is high or greater.
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