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Estimation of the cost-effectiveness of HIV prevention portfolios for people who inject drugs in the United States: A model-based analysis

PLoS Medicine - %age fa

by Cora L. Bernard, Douglas K. Owens, Jeremy D. Goldhaber-Fiebert, Margaret L. Brandeau

Background

The risks of HIV transmission associated with the opioid epidemic make cost-effective programs for people who inject drugs (PWID) a public health priority. Some of these programs have benefits beyond prevention of HIV—a critical consideration given that injection drug use is increasing across most United States demographic groups. To identify high-value HIV prevention program portfolios for US PWID, we consider combinations of four interventions with demonstrated efficacy: opioid agonist therapy (OAT), needle and syringe programs (NSPs), HIV testing and treatment (Test & Treat), and oral HIV pre-exposure prophylaxis (PrEP).

Methods and findings

We adapted an empirically calibrated dynamic compartmental model and used it to assess the discounted costs (in 2015 US dollars), health outcomes (HIV infections averted, change in HIV prevalence, and discounted quality-adjusted life years [QALYs]), and incremental cost-effectiveness ratios (ICERs) of the four prevention programs, considered singly and in combination over a 20-y time horizon. We obtained epidemiologic, economic, and health utility parameter estimates from the literature, previously published models, and expert opinion. We estimate that expansions of OAT, NSPs, and Test & Treat implemented singly up to 50% coverage levels can be cost-effective relative to the next highest coverage level (low, medium, and high at 40%, 45%, and 50%, respectively) and that OAT, which we assume to have immediate and direct health benefits for the individual, has the potential to be the highest value investment, even under scenarios where it prevents fewer infections than other programs. Although a model-based analysis can provide only estimates of health outcomes, we project that, over 20 y, 50% coverage with OAT could avert up to 22,000 (95% CI: 5,200, 46,000) infections and cost US$18,000 (95% CI: US$14,000, US$24,000) per QALY gained, 50% NSP coverage could avert up to 35,000 (95% CI: 8,900, 43,000) infections and cost US$25,000 (95% CI: US$7,000, US$76,000) per QALY gained, 50% Test & Treat coverage could avert up to 6,700 (95% CI: 1,200, 16,000) infections and cost US$27,000 (95% CI: US$15,000, US$48,000) per QALY gained, and 50% PrEP coverage could avert up to 37,000 (22,000, 58,000) infections and cost US$300,000 (95% CI: US$162,000, US$667,000) per QALY gained. When coverage expansions are allowed to include combined investment with other programs and are compared to the next best intervention, the model projects that scaling OAT coverage up to 50%, then scaling NSP coverage to 50%, then scaling Test & Treat coverage to 50% can be cost-effective, with each coverage expansion having the potential to cost less than US$50,000 per QALY gained relative to the next best portfolio. In probabilistic sensitivity analyses, 59% of portfolios prioritized the addition of OAT and 41% prioritized the addition of NSPs, while PrEP was not likely to be a priority nor a cost-effective addition. Our findings are intended to be illustrative, as data on achievable coverage are limited and, in practice, the expansion scenarios considered may exceed feasible levels. We assumed independence of interventions and constant returns to scale. Extensive sensitivity analyses allowed us to assess parameter sensitivity, but the use of a dynamic compartmental model limited the exploration of structural sensitivities.

Conclusions

We estimate that OAT, NSPs, and Test & Treat, implemented singly or in combination, have the potential to effectively and cost-effectively prevent HIV in US PWID. PrEP is not likely to be cost-effective in this population, based on the scenarios we evaluated. While local budgets or policy may constrain feasible coverage levels for the various interventions, our findings suggest that investments in combined prevention programs can substantially reduce HIV transmission and improve health outcomes among PWID.

Comunicati stampa - CS N°30/2017 Il Sistema sangue italiano tiene, ma calano i donatori

ISS 19/05/2017

Nel 2016 sotto quota 1,7 milioni, autosufficienza grazie a compensazioni Regioni

Il sistema sangue italiano 'tiene', ma inizia a dare qualche segnale di logoramento, a partire da un calo dei donatori fisiologico per l’invecchiamento della popolazione ma che richiede un rilancio delle donazioni soprattutto fra i giovani. Il dato è stato presentato durante la Consultazione plenaria del Sistema sangue, che ha riunito a Roma rappresentanti delle associazioni di volontariato e delle istituzioni.

Secondo i numeri elaborati dal Centro Nazionale Sangue nel 2016 sono stati registrati circa un milione e 688mila donatori, una cifra in calo di 40mila unità rispetto all’anno precedente e che è anche la più bassa dal 2011. Anche le donazioni di plasma, necessarie anche per la produzione di farmaci utilizzati per molte terapie salvavita, sono in calo di circa il 5%, anche se la quantità inviata alle industrie di lavorazione nel 2016 è maggiore perché è aumentato il volume raccolto per ogni singola donazione. A fronte del calo dalla parte della donazione si registra invece un aumento del numero di pazienti trasfusi, circa 660mila nel 2016 (+3,7%), anche se la quantità di sangue trasfuso è in leggero calo per l’adozione delle tecniche di Patient Blood Management, che permettono un risparmio della risorsa. A garantire l’autosufficienza nazionale, sottolinea il Direttore del Cns Giancarlo Maria Liumbruno, è soprattutto il meccanismo di compensazione che prevede che Regioni che raccolgono più sangue del fabbisogno lo cedano a chi è in crisi. A contribuire maggiormente sono state nel 2016 Piemonte (32%), Veneto (16%), Friuli-Venezia Giulia (13%), Lombardia (12%), Provincia autonoma (PA) di Trento (8%), Emilia-Romagna (4%), Campania, Valle d’Aosta e PA di Bolzano (circa 2% ognuna).

Il sistema è sostanzialmente in equilibrio, ma in alcune regioni periodicamente è necessario ricorrere alla compensazione - sottolinea Liumbruno -. La Sardegna ad esempio ha un’ottima raccolta, ma non è autosufficiente perché ha molti pazienti talassemici, che necessitano di molto sangue per le terapie. Proprio in questi ultimi giorni la Regione sta registrando delle carenze importanti che rischiano di fare ritardare le terapie trasfusionali programmate destinate ai numerosi pazienti sardi affetti da talassemia, ed è necessario che le altre mantengano gli impegni. Per questo è importante che tutte le Regioni cerchino di contribuire il più possibile al sistema di compensazione nazionale e che incrementino la raccolta, anche aumentando la ricettività dei servizi trasfusionali.

Anche il volontariato si è mobilitato per ‘ringiovanire’ i donatori con una serie di iniziative volte al coinvolgimento delle nuove generazioni. Il prossimo 14 giugno ad esempio, in occasione della Giornata Mondiale sulla donazione proclamata dall’Oms, le principali associazioni con il Ministro della Salute hanno programmato un convegno con rappresentanti del ministero dell’Istruzione e del Coni per portare avanti la collaborazione con il mondo della scuola e dello sport.

Le Associazioni e Federazioni dei donatori di sangue hanno il compito di coinvolgere i cittadini su un tema che interessa tutta la collettività - dichiara il Civis (Coordinamento interassociativo volontariato italiano sangue) -. È indispensabile continuare l’attività di informazione e sensibilizzazione sulla donazione di sangue ed emocomponenti, in modo da favorire una sempre più ampia partecipazione.
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Comunicati stampa - CS N°29/2017 Vaccini e vaccinazioni Il punto dell’Istituto Superiore di Sanità

ISS, 18 maggio 2017


In Italia, abbiamo eliminato da anni gravi malattie infettive, mentre altre, come la meningite o il tetano, mietono ancora vittime nella popolazione non vaccinata e patologie croniche che entrano in causa nella genesi di tumori, come l’epatite B, sono state pressoché eliminate nelle fasce d’età giovanili, quelle cioè che sono state sottoposte a programmi di immunizzazione universale. I quattro vaccini obbligatori, quelli contro poliomielite, tetano, difterite ed epatite B, hanno ridotto enormemente il carico di malattia e mortalità nel nostro Paese. Purtroppo, a partire dal 2014, le coperture vaccinali contro queste quattro malattie infettive sono scese pericolosamente al di sotto del 95%, considerata la soglia ottimale per tenerle sotto controllo, nelle fasce d’età a cui la vaccinazione è offerta.

Altri vaccini, da tempo raccomandati, come quello contro il morbillo, pur riducendo di almeno 20 volte l’incidenza di malattia, non sono ancora utilizzati appieno. Infatti, sebbene l’OMS avesse previsto e chiesto l’eliminazione del morbillo nei paesi europei per il 2015, ancora assistiamo ad ondate epidemiche come quella che si è drammaticamente verificata quest’anno in Italia.

Difatti, abbiamo avuto già oltre 2300 casi di morbillo e la situazione è tutt’altro che sotto controllo dal momento che le coperture vaccinali sono scese nel corso degli ultimi due anni in media, nel nostro Paese, dal 90% all’85%. Il morbillo, in particolare, è una malattia molto contagiosa, per cui non si ottiene il beneficio dell’effetto gregge al di sotto di soglie vaccinali molto alte, pari al 95%. Inoltre, il morbillo non è affatto una malattia banale, dal momento che in circa un caso su 30 può causare polmonite, e in 1 su 1000/2000 encefalite. In Romania, dove si sono recentemente manifestati più di 4.000 casi, si sono già registrati diversi decessi.

La gravità della situazione italiana è già stata oggetto di un richiamo ufficiale dall’OMS due anni fa ed ora genera nelle Autorità Sanitare internazionali un allarme ancora maggiore alla luce del fatto che degli oltre 2300 casi, ben il 40% ha avuto complicanze che hanno reso necessaria l’ospedalizzazione e, in alcuni casi, solo il tempestivo ricovero in terapia intensiva pediatrica ha impedito l’esito nefasto per i bambini ricoverati.

Dai dati dell’Istituto Superiore di Sanità risultano, infatti, in questo momento suscettibili all’infezione da morbillo, perché non vaccinati, migliaia di bambini, adolescenti e giovani adulti.

Altro gravissimo problema è la mancata adesione alla vaccinazione, anche questa obbligatoria nella stragrande maggioranza dei Paesi del mondo, degli operatori sanitari. L’ISS stima che solo una minima percentuale delle centinaia di migliaia di operatori sanitari italiani sia vaccinata e ciò comporta ulteriori problemi per gli stessi operatori sanitari (dei 2300 casi di morbillo registrati quasi 200 sono tra medici e infermieri) con grave pregiudizio anche per la salute dei cittadini.


L’allarme per la situazione italiana lanciato da tempo dall’Istituto è stato, inoltre, condiviso anche a livello internazionale: le Autorità Sanitarie degli USA, Paese in cui 48 Stati hanno l’obbligatorietà del certificato vaccinale per l’accesso alle scuole ed ai college universitari, e che in questo modo hanno eradicato la malattia endemica, hanno richiamato i cittadini statunitensi a limitare i viaggi in Italia o, se questo non è possibile, di assicurarsi di essere vaccinati contro il morbillo. In assenza di misure chiare ed efficaci altri Paesi potrebbero seguire questo esempio con gravi danni per l’Italia.


L’Istituto Superiore pertanto vuole perciò richiamare le seguenti, indiscutibili evidenze scientifiche:


- I vaccini obbligatori hanno ridotto enormemente il carico di malattia e mortalità nel nostro Paese;


- mantenere soglie elevate di copertura vaccinale è importante, innanzitutto, per proteggere coloro a cui viene somministrato il vaccino e, indirettamente, attraverso il cosiddetto effetto gregge, coloro che, a causa di problemi specifici come immunodepressione, età o patologie specifiche, non possono essere vaccinati o non rispondono alle vaccinazioni. In particolare, la presenza di bambini non vaccinati in ambito scolastico rappresenta un rischio per sé stessi e per i bambini più fragili, che possono essere esposti a malattie infettive particolarmente contagiose che possono mettere a rischio la loro salute anche con effetti potenzialmente gravissimi e persino letali;


Alla luce delle precedenti considerazioni e del contesto specifico definito dall’andamento della copertura vaccinale in Italia, si sottolinea perciò il valore etico dell’atto vaccinale che oltre a rappresentare un diritto per la protezione della propria salute rappresenta anche un dovere di protezione nei confronti della popolazione più fragile ed è per questo che ogni misura che non preveda un rapido ritorno all’obbligo vaccinale, ad esempio sanzioni pecuniarie per i genitori che non intendono vaccinare i propri figli, non appare risolutiva per affrontare in modo efficace l’attuale drammatica situazione.
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Primo Piano - Un decreto affida all’Iss la responsabilità dei registri di sorveglianza sulla salute

di Walter Ricciardi

Tutti gli aspetti rilevanti della salute, dalle malattie infettive al tabagismo alle interruzioni di gravidanza, avranno finalmente dei sistemi di sorveglianza e dei registri sistematici, quasi tutti sotto la responsabilità dell’Istituto Superiore di Sanità. La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Dpcm Identificazione dei sistemi di sorveglianza e dei registri di mortalità, di tumori e di altre patologie, in attuazione del Decreto legge n. 179 del 2012, a cui avevamo cominciato a lavorare sin dai primi mesi del commissariamento, rappresenta un passaggio epocale per le responsabilità che ci vengono affidate per garantire al Paese un sistema informativo sanitario adeguato e stabile.
Il decreto individua 31 sistemi di sorveglianza, in buona parte sotto l’egida dell’Iss mentre alcuni fanno capo al Ministero della Salute, e 15 registri di patologia di rilevanza nazionale. I sistemi e i registri serviranno a garantire prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, programmazione sanitaria, verifica della qualità delle cure, valutazione dell’assistenza sanitaria e di ricerca scientifica in ambito medico, biomedico ed epidemiologico. Sono interessati dal provvedimento molti degli argomenti protagonisti delle cronache di questi giorni, dalle malattie prevenibili con i vaccini ai patogeni resistenti agli antibiotici alle patologie legate agli stili di vita. In alcuni casi, come l’endometriosi o la talassemia e le altre coagulopatie, i registri saranno la prima occasione per censire pazienti di cui finora avevamo solo stime di prevalenza, che non ci mettevano in condizione di avere una programmazione efficiente delle risorse, che ad esempio nel caso dei talassemici rappresentano il 10% di tutto il sangue donato nel paese. Finalmente con i registri sarà possibile avere una raccolta sistematica di dati anagrafici, sanitari ed epidemiologici, trattati secondo le norme che garantiscono la privacy. Il decreto stabilisce rigidamente il tipo di dati che si possono raccogliere, chi può averne accesso e le misure per garantirne la sicurezza, esigenza indispensabile come dimostrano gli allarmi per attacchi informatici di questi giorni, che non a caso hanno avuto tra i bersagli primari proprio le strutture sanitarie.
Questa attività di sorveglianza identifica ancora di più e ancora una volta l’Istituto con la sua missione di tutela della salute pubblica, ed è uno dei più importanti risultati ottenuti nel contesto della riorganizzazione.
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Primo Piano - Sindrome Feto alcolica: il centro nazionale Dipendenze e Doping risponde a Lancet

ISS 9 maggio 2017

E’ stata pubblicata nell’edizione on line della prestigiosa rivista Lancet Global Health la lettera* di Roberta Pacifici e Simona Pichini del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità con cui si chiede di ridiscutere i dati riportati nell’articolo di Svetlana Popova (Centre for Addiction and Mental Health) sulla prevalenza globale dell'uso di alcol durante la gravidanza e sulla sindrome fetoalcolica (FAS). Secondo questa stima l’Italia è considerata tra i cinque paesi in tutto il mondo con la più alta prevalenza di FAS per 10.000 persone.
Pichini e Pacifici chiedono la revisione del dato per le seguenti ragioni: in base a studi recenti del Centro nazionale Dipendenze e Doping l’esposizione prenatale complessiva all'alcol materno mediante la misura di biomarcatori in meconio neonatale è risultata essere del 7,9% con valori che variavano tra 0 e 10% lungo la penisola italiana con un valore massimo isolato del 29,4% nella Capitale.
Tali dati sono in linea con l’Organizzazione Mondiale della Sanità secondo cui l’Italia è il paese con il minor quantitativo di consumo procapite di alcol (6,7 litri), con la minima percentuale delle donne con consumo problematico di alcol (0,8%) e dipendenza dall'alcol (0,4%) e con la più alta percentuale di donne astemie (37,5%) tra tutti i paesi europei con l'esclusione di stati orientali con prevalente fede musulmana (es. Azerbaigian, Kirghizistan, Tagikistan). Gli studi sul consumo gestazionale di alcol in Italia, inoltre, sono pochi, datati, comprendenti un numero limitato di donne in città selezionate, quindi non rappresentativi della popolazione generale.
Infine i tassi di FAS tra il 4 e 12 per 1000 riportati da Popova e collaboratori per la penisola italiana in realtà provengono da un unico studio osservazionale del 2011 su 976 bambini di una zona suburbana rurale dell’Italia centrale di produttori di vino. Quindi anche in questo caso per nulla rappresentativi della situazione generale italiana.
Pichini, Pacifici e altri colleghi coautori della lettera invitano la comunità sanitaria nazionale a riconoscere la necessità di uno studio appropriato e ben disegnati sull'uso dell'alcol durante la gravidanza scegliendo un campione di donne italiane rappresentative della popolazione generale, misurando il biomarcatore di esposizione fetale all’alcol e organizzando infine un follow-up dei neonati risultati esposti a questo teratogeno. Ciò anche la fine di poter calcolare in modo accurato la reale prevalenza dei casi di FAS. Qualsiasi previsione basata su simulazione non attendibile o dati non generalizzabili, quale quella di Popova e colleghi non può essere considerata attendibile.

*La lettera è stata scritta in collaborazione anche con il dott. Francesco Paolo Busardò dell’Università Sapienza di Roma, il dott. Luigi Tarani e il dott. Mauro Ceccanti del Policlinico Umberto I di Roma
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Primo Piano - Comitati etici, le Raccomandazioni per la clinica in un nuovo documento del CNB

ISS 5 maggio 2017

Pubblicato il documento del Comitato Nazionale per la Bioetica I comitati per l’etica nella clinica che contiene, nella parte conclusiva, le raccomandazioni sulla struttura e le funzioni dei comitati per l’etica nella clinica. Le raccomandazioni riguardano in particolare l’indipendenza, i requisiti per la consulenza, la struttura, la composizione, i compiti, la localizzazione, il coordinamento, le competenze necessarie, il regolamento.
Nel documento, disponibile in allegato, si evidenzia la necessità che i pareri dei comitati per l’etica nella clinica abbiano carattere non vincolante, e che mai i comitati si sostituiscano ai doveri del medico, primo responsabile delle decisioni cliniche.
A soli quattro anni dall’adozione delle regole vigenti in Italia per la composizione e il funzionamento dei comitati etici, occorre infatti adeguarsi a uno scenario totalmente nuovo creato dal Regolamento europeo 536/2014 sulla sperimentazione clinica.
È verosimile che il carico di lavoro imposto dal Regolamento impedisca ai comitati etici per la sperimentazione di occuparsi anche dei molteplici problemi di etica che sorgono nella pratica clinica al letto del malato e che non riguardano l’ambito sperimentale.
Per questo motivo il Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) ha adottato un parere interamente dedicato ai comitati per l’etica nella clinica, auspicando l’istituzione di tali organismi in tutte le sedi opportune e proponendo regole operative per il funzionamento.
Il documento è stato redatto con il coordinamento di Carlo Petrini, responsabile dell’Unità di Bioetica dell’ISS e rappresentante dell’ISS nel CNB, insieme ad altri due componenti del CNB, i Prof. Salvatore Amato e Cinzia Caporale. Il documento è stato votato all’unanimità dall’assemblea plenaria del CNB.
Il testo si apre con una sintesi dei principali precedenti pronunciamenti del CNB riguardanti i comitati etici, cui segue una panoramica sull’attuale assetto normativo per l’istituzione e il funzionamento dei comitati etici. In un successivo paragrafo del documento si evidenziano le peculiarità dell’etica clinica. Un’ampia analisi è dedicata alla necessità di una riforma dei comitati.
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Comunicati stampa - CS N°28/2017 Okkio alla Salute, diminuiscono sovrappeso e obesità infantile, ma l’Italia resta ancora tra i Pasi con livelli più alti in Europa

ISS, 4 Maggio 2017

Ricciardi:Serve lavorare sull’educazione. Il 40% dei genitori con figli sovrappeso o obesi è convinto che abbiano un giusto peso

Spinelli:Nutrizione e attività fisica dei bambini ancora da migliorare

Sono diminuiti del 13% in meno di dieci anni i bambini obesi e in sovrappeso nel nostro Paese. È questo l’ultimo dato rilevato dal Sistema di Sorveglianza OKkio alla SALUTE, promosso dal Ministero della Salute/CCM (Centro per il Controllo e la prevenzione delle Malattie) coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, e illustrato oggi presso l’Auditorium Biagio D’Alba del Ministero della salute, nel corso del convegno Dieci anni di OKkio alla SALUTE: i risultati della V raccolta dati e le sfide future.

I dati sono stati raccolti su un campione di 48.946 bambini di 8-9 anni e 48.464 genitori, rappresentativo di tutte le regioni italiane. I bambini sono stati misurati (peso e statura) all’interno delle scuole da operatori formati con metodologia standardizzata.

Un dato che, se pure conferma la lenta ma costante diminuzione del fenomeno, lascia l’Italia nella classifica dei peggiori Paesi europei per obesità infantile, come dimostra la hildhood Obesity Surveillance Initiative - COSI della Regione europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, iniziativa internazionale a cui partecipano più di 30 Paesi.

L’obesità è diventata uno dei maggiori problemi di sanità pubblica in Italia. Nonostante il miglioramento registrato dagli ultimi dati restano forti differenze geografiche tra Nord e Sud, a discapito di quest’ultimo - dichiara Walter Ricciardi, Presidente dell’ISS - La diminuzione del tasso di obesità nei bambini è un segno che le politiche sanitarie messe in atto cominciano a dare i primi risultati ed è contemporaneamente il segnale che dobbiamo concentrare maggiormente gli sforzi in questa direzione. Tuttavia - prosegue Ricciardi - resta molto da fare, soprattutto nella promozione della consapevolezza sui corretti stili di vita. I genitori devono fare la loro parte: questi dati ci dicono infatti che circa il 40% delle madri di bambini in sovrappeso o obesi ritiene che il peso del proprio figlio sia nella norma.



In particolare, l’indagine coordinata dall’ISS mostra che la percentuale di bambini obesi di 8-9 anni scende dal 12% del 2008/09 al 9,3% del 2016, e quella dei bambini in sovrappeso passa dal 23,2% del 2008/9 al 21,3% del 2016.

La rilevazione 2016, confermando i dati precedenti, ha messo in luce la grande diffusione tra i bambini di abitudini alimentari errate, seppure si sia rilevato un miglioramento per quanto riguarda il consumo di frutta e/o verdura (aumentato) e il consumo di bevande zuccherate e/o gassate (diminuito).Tuttavia è una dieta bilanciata uno degli obiettivi più difficili da ottenere a tavola con i nostri bambini.

In Italia l’8% dei bambini salta la prima colazione e il 33% fa comunque una colazione inadeguata, cioè sbilanciata in termini di carboidrati e proteine condizionando negativamente l’equilibrio calorico del resto dei pasti - spiega Angela Spinelli del Centro Nazionale per la Prevenzione delle Malattie e Promozione della Salute - a metà mattina. Inoltre a metà mattina, il 53% dei bambini fa una merenda troppo abbondante e il 20% dei genitori dichiara che i propri figli non consumano quotidianamente frutta e verdura, mentre il 36% consuma quotidianamente bevande zuccherate o gassate.

Non bisogna dimenticare che ad una sana alimentazione si deve affiancare un adeguato movimento, attualmente ancora poco promosso. Infatti, il 23,5% dei bambini svolge giochi di movimento al massimo un giorno a settimana, il 33,8% dei bambini svolge attività fisica strutturata al massimo un giorno a settimana e il 18% non ha fatto attività fisica il giorno precedente l’indagine. Inoltre, solo circa 1 bambino su 4 si reca a scuola a piedi o in bicicletta. Attitudini che si radicano ancora di più grazie all’uso scorretto delle tecnologie vecchie e nuove: il 44 % ha la TV in camera, il 41% guarda la TV e/o gioca con i videogiochi/tablet/cellulari per più di 2 ore al giorno che è il massimo del tempo raccomandato dagli esperti.


Il problema obesità

L’elevata prevalenza di sovrappeso e obesità infantile costituisce un problema di sanità pubblica a livello mondiale. L’obesità rappresenta un importante fattore di rischio di malattie croniche e, se presente in età pediatrica, si associa ad una più precoce insorgenza di patologie tipiche dell’età adulta. Infatti, l’impatto dell’obesità e delle sue conseguenze in termini sociali giustifica la necessità di intraprendere interventi urgenti ed incisivi per contrastare la diffusione del fenomeno. E’ necessario investire nella prevenzione, anche con il coinvolgimento attivo di settori della società esterni al sistema sanitario, sia istituzionali che della società civile, così come raccomandato dall’Unione Europea (UE) e dall’OMS attraverso strategie e Piani d’azione. Tutte le Regioni sono, inoltre, impegnate nella realizzazione del Piano Nazionale della Prevenzione (PNP) 2014-2018 che, secondo l’approccio del Programma Guadagnare salute, interviene attraverso strategie di popolazione in specifici setting. Particolarmente importante a tal fine è il raccordo tra salute e scuola cui compete un ruolo educativo molto rilevante anche nel supportare e stimolare comportamenti salutari a partire dall’infanzia, coinvolgendo le famiglie e l’intera comunità scolastica.

Il PNP, in particolare, per la prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili mira al raggiungimento dei seguenti obiettivi:

- aumento del 25% dei bambini in allattamento materno esclusivo fino al sesto mese (180 giorni di vita);
- incremento del 15% della prevalenza di bambini di 8-9 anni che consumano almeno 2 volte al giorno frutta e/o verdura;
- riduzione del 30% della prevalenza di soggetti di 3 anni e più che non prestano attenzione alla quantità di sale e/o al consumo di cibi salati.

Consulta Epicentro
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Primo Piano - Depressione, l’efficacia dei farmaci dipende anche dal contesto ambientale

ISS 27/04/2017

Due studi, coordinati dall’ISS e pubblicati sulle riviste Molecular Psychiatry e Translational Psychiatry, dimostrano come l’ambiente svolga un ruolo fondamentale nell’efficacia dei farmaci antidepressivi

L’efficacia dei trattamenti antidepressivi serotoninergici dipende anche dal contesto ambientale in cui vive il paziente e, quindi, in cui i farmaci vengono assunti. Questo perché l’azione del farmaco consiste, almeno in parte, nell’aumentare la plasticità neurale, amplificando, in un ambiente favorevole, l’opportunità dell’individuo a ridurre o eliminare i sintomi della depressione. E’ questa la conclusione a cui è giunta un’équipe internazionale di ricercatori, coordinati da Igor Branchi, del Centro per le Scienze Comportamentali e la Salute Mentale dell’Istituto Superiore di Sanità, in uno studio pubblicato questo mese su una delle più prestigiose riviste di psichiatria, Molecular Psychiatry. Conclusione che è stata confermata in uno studio gemello condotto dagli stessi autori su pazienti depressi e pubblicato pochi giorni fa sulla rivista Translational Psychiatry.

Gli SSRI - spiega Branchi, affiancato nell’indagine dai colleghi dell’Università La Sapienza di Roma, dell’Università di Modena e Reggio Emilia e dell’ateneo di Zurigo (Svizzera) - non risultano sempre efficaci. Per capirne i motivi, abbiamo ipotizzato come l'aumento della plasticità neurale indotta dal farmaco produca un aumento della suscettibilità agli stimoli ambientali. Di conseguenza, abbiamo analizzato, sia in modelli sperimentali sia in pazienti, il ruolo dell'ambiente nel determinare l'efficacia del trattamento. I risultati hanno dimostrato come il trattamento con SSRI aumenti in modo dose-dipendente l'influenza delle condizioni di vita sull’umore. Ciò è stato osservato sia su parametri clinici, quali la gravità della psicopatologia, che preclinici e molecolari, come i livelli di neutrotrofine e la neurogenesi.

Queste scoperte - conclude il ricercatore - possono contribuire a migliorare la pratica clinica, mettendo a punto strategie terapeutiche basate sulla combinazione del trattamento farmacologico con un approccio terapeutico, come la terapia cognitivo-comportamentale, che permetta, a chi soffre di depressione, di affrontare ambienti di vita avversi ed eventi stressanti con maggiore successo, aumentando l'efficacia del trattamento.

Lo stesso Editor-in-chief della rivista Molecular Psychiatry, il Professor Julio Licinio, dedica un editoriale al lavoro di Branchi e dei suoi collaboratori, in cui commenta come i risultati ottenuti possano spiegare la variabilità dell’ efficacia del trattamento con gli antidepressivi e possano così rappresentare un passo importante per la comprensione del meccanismo di azione di questi farmaci.

Infine, per capire la portata del problema, basti pensare che l’OMS ha definito la depressione una vera e propria emergenza sanitaria che colpisce 322 milioni di persone in tutto il mondo. Tale emergenza è aggravata dal fatto che circa il 60-70% dei pazienti trattati con il farmaco più comunemente utilizzato nelle principali forme di depressione, ovvero gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), non guarisce e il 30-40% non mostra neanche una risposta significativa al farmaco”.
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Primo Piano - Il consumo di caffè riduce del 50% il rischio di contrarre il cancro alla prostata

ISS 26 aprile 2017

Evidenze da uno studio epidemiologico congiunto ISS-Neuromed condotto su 7.000 uomini

Più di tre tazzine di caffè al giorno riducono il rischio di cancro alla prostata. E’ il risultato di uno studio, pubblicato sulla rivista International Journal of Cancer, condotto dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’IRCCS Istituto Neurologico Mediterraneo - NEUROMED di Pozzilli (IS).
A livello epidemiologico lo studio è stato condotto su circa 7000 soggetti sani maschi di età superiore a 50 anni, selezionati nella coorte Moli-sani, seguiti per circa 4 anni. Per gli studi in vitro, sono state utilizzate 2 linee di cancro prostatico umano su cui sono stati provati estratti di caffè e concentrazioni crescenti di caffeina per valutare potenziali effetti antineoplastici e antimetastatici.
I soggetti che durante la fase di osservazione hanno ricevuto diagnosi di cancro alla prostata sono risultati essere quelli che avevano un consumo inferiore di caffè, rispetto ai soggetti che non avevano ricevuto tale diagnosi. In particolare, è risultato che i soggetti che abitualmente consumano più di 3 tazze di caffè (del tipo italiano) al giorno hanno una riduzione del 53% del rischio di contrarre il cancro alla prostata.
Il nostro studio - dice Francesco Facchiano del Dipartimento di Oncologia e medicina molecolare dell’ISS, uno degli autori dello studio - indica che i consumatori abituali di caffè e che bevono più di 3 tazzine di caffè al giorno hanno minori probabilità di contrarre il tumore alla prostata; naturalmente, come in tutte le cose, vanno evitati gli eccessi che potrebbero avere effetti negativi di altro tipo.
La conferma in vitro è venuta dall’osservazione che su 2 differenti linee di cancro della prostata umano, la caffeina, uno dei principali (ma non l’unico) principio bioattivo contenuto nel caffè, ha una significativa azione antiproliferativa e antimetastatica.
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Comunicati stampa - CS N° 27/2017 Il Presidente della Repubblica inaugura all’Istituto Superiore di Sanità, il primo Museo di sanità pubblica italiano

ISS, 21 aprile 2017

Ricciardi, tecnologie digitali e percorsi altamente interattivi per favorire la crescita della cultura scientifica nel paese

Il nuovo Museo di Sanità Pubblica dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) è stato inaugurato oggi dal Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella alla presenza del Ministro della Salute Beatrice Lorenzin e del Ministro dei Beni culturali Dario Franceschini , a conclusione delle celebrazioni dell’ottantatreesimo anno dall’istituzione di quello che è il più antico e il più grande Istituto di sanità pubblica in Europa.

Il Museo dell’ISS, aperto al pubblico, ha sede presso la storica sala del Giardino d’inverno dell’Istituto Superiore di Sanità. Sarà oggetto di visite guidate previa prenotazione anche da parte delle scuole che potranno così sfruttare la capacità di coinvolgimento delle più moderne tecnologie utilizzate per favorire il rapido apprendimento dei contenuti delle quattro sezioni del Museo.

Le due coppie di Premi Nobel, Rita Levi Montalcini e Enrico Fermi e poi Ernst Boris Chain e Daniel Bovet, daranno il benvenuto ai visitatori nel Museo dell’ISS. I loro avatar accoglieranno infatti gli ospiti e, dialogando fra loro, li introdurranno ai temi della scienza, alle atmosfere di quegli anni, ma anche alle implicazioni etico-sociali del progresso scientifico e tecnologico.

È un Museo altamente interattivo ed esperienziale, che sfrutta le più recenti tecnologie digitali per spiegare con linguaggio comprensibile a tutti il valore della ricerca scientifica e dei suoi frutti. Progettato e realizzato in collaborazione con Palazzo della Salute secondo i principi che hanno ispirato nel 2015 la realizzazione del MUSME (Museo della Storia della Medicina di Padova), dove la storia delle scienze mediche si sposa con le più avanzate tecnologie multimediali, il Museo dell’ISS nasce per stimolare la partecipazione attiva dei cittadini nell’acquisizione delle conoscenze scientifiche.

Abbiamo voluto questo Museo per farne un polo di diffusione della cultura scientifica - spiega Walter Ricciardi, Presidente dell’ISS - perché la sua crescita è strettamente connessa alla tutela della salute pubblica. Abbiamo immaginato la custodia della tradizione e della storia come rivolta al futuro, offrendo ai cittadini uno strumento in più per acquisire conoscenze e, alla fine di ogni sezione, mettersi alla prova attraverso un test interattivo.

Sarà un museo aperto a tutti i cittadini e con un’attenzione particolare alle scuole: insegnanti e allievi entreranno nel mondo scientifico attraverso modalità multisensoriali che impegnano l’apparato uditivo e visivo. I visitatori potranno osservare, per esempio, il video storico nel quale si mostra la lotta contro la malaria, i modelli di insetti e zanzare in una teca e verrà riprodotta, azionando una macchina a vapore, l’erogazione del DDT, mentre sarà possibile ascoltare il ronzio delle zanzare. Nel viaggio al Museo tra passato e futuro, sarà possibile, inoltre, ammirare e sfogliare elettronicamente il Fondo rari e di pregio dell’ISS, costituito da oltre mille esemplari di libri antichi a stampa pubblicati fra il 1504 e il 1830 in cui si distinguono tre manoscritti, 104 cinquecentine, 162 seicentine, 814 settecentine, 73 volumi dell’Ottocento. Della collezione fa parte anche la serie di 17 disegni anatomici realizzati da Antonio Canova acquistati dall’Istituto nel 1943. L’89% dei libri è edito in lingua italiana e latina, il 10% in francese e 1% in altre lingue.

Il percorso è diviso in quattro sezioni: la prima è dedicata alla genesi dell’edificio dell’Istituto Superiore di Sanità; la seconda è stata costruita per parlare degli strumenti, dei laboratori, delle persone; la terza celebra il Fondo dei Libri Rari della biblioteca dell’ISS; la quarta, dedicata specificamente all’attività di divulgazione, è dedicata a tematiche attuali e a progetti scientifici.L’ultima sezione è invece riservata a progetti divulgativi - spiega Ricciardi - dove useremo modalità innovative per parlare di scienza. Da qui partiranno, per esempio, mostre itineranti nel Paese dedicate ai temi più importanti ed attuali di sanità pubblica e ai progressi della medicina. Mai come oggi, infatti, cittadini consapevoli possono contribuire attraverso i propri comportamenti a tutelare la salute pubblica e i successi ottenuti grazie ai frutti della ricerca. Vogliamo assolutamente risalire la classifica dei paesi con maggiori competenze diffuse in tema di salute, in cui oggi l’Italia occupa il penultimo posto. Il Museo dell’ISS e le iniziative culturali collegate sono il nostro concreto contributo.


Sarà possibile visitare il Museo dell’ISS solamente su prenotazione scrivendo a: museo@iss.it
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Primo Piano - Al via la Settimana europea delle vaccinazioni 2017

20 aprile 2017
I vaccini? funzionano! Proteggono la salute in ogni fase della vita. È questo lo slogan, e filo conduttore, dell’edizione 2017 della Settimana delle vaccinazioni che si svolge dal 24 al 30 aprile in tutto il mondo sotto iniziativa dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). La World Immunization Week (WIW), che in Europa prende il nome di European Immunization Week (EIW), mira a sensibilizzare la popolazione e i decisori sull’importanza delle vaccinazioni in tutte le fasi della vita.

L’evidenza dei dati

Dipartimento Malattie infettive, Iss

La vaccinazione protegge da malattie gravi e rappresenta uno degli interventi più efficaci e sicuri in sanità pubblica. Grazie alla vaccinazione, l’incidenza di molte gravi malattie nel mondo è drasticamente diminuita e sono stati evitati miliardi di complicanze e decessi. Questa diminuzione è andata di pari passo con l’aumento generale delle coperture vaccinali tra la popolazione ma se non vengono mantenute coperture vaccinali ottimali, alcune malattie eliminate o diventate rare (come la polio o la difterite) potrebbero rapidamente riapparire, perché gli agenti infettivi che le causano continuano a circolare in altre parti del mondo. Oltre alla riduzione della mortalità e della morbilità correlate alle malattie infettive evitate, l’efficacia della vaccinazione è evidente anche in termini di riduzione della spesa sanitaria.

Un confronto tra media annuale dei casi in epoca pre e post vaccinale permette di osservare la riduzione (in percentuale) dei casi di malattie prevenibili da vaccino che si è registrata in Italia nel corso del tempo. Dai dati emerge chiaramente che grazie alla diffusione delle vaccinazioni si è registrato un importante calo del numero dei casi per tutte le malattie elencate (da un minimo di una riduzione dell’86% per l’epatite B a un massimo del 100% per polio e difterite).

Per consultare le tabelle e scaricare i materiali si può consultare la pagina e la sezione
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Traumatic beetle sex causes rapid evolutionary arms race

New Scientist - %age fa
Male seed beetles use sharp spikes on their penises to damage females during sex, but females are evolving thicker tissue to resist them

The brain starts to eat itself after chronic sleep deprivation

New Scientist - %age fa
Sleep loss in mice sends the brain’s immune cells into overdrive. This might be helpful in the short term, but could increase the risk of dementia in the long run

Impact evaluation of different cash-based intervention modalities on child and maternal nutritional status in Sindh Province, Pakistan, at 6 mo and at 1 y: A cluster randomised controlled trial

PLoS Medicine - Ma, 23/05/2017 - 23:00

by Bridget Fenn, Tim Colbourn, Carmel Dolan, Silke Pietzsch, Murtaza Sangrasi, Jeremy Shoham

Background

Cash-based interventions (CBIs), offer an interesting opportunity to prevent increases in wasting in humanitarian aid settings. However, questions remain as to the impact of CBIs on nutritional status and, therefore, how to incorporate them into emergency programmes to maximise their success in terms of improved nutritional outcomes. This study evaluated the effects of three different CBI modalities on nutritional outcomes in children under 5 y of age at 6 mo and at 1 y.

Methods and findings

We conducted a four-arm parallel longitudinal cluster randomised controlled trial in 114 villages in Dadu District, Pakistan. The study included poor and very poor households (n = 2,496) with one or more children aged 6–48 mo (n = 3,584) at baseline. All four arms had equal access to an Action Against Hunger–supported programme. The three intervention arms were as follows: standard cash (SC), a cash transfer of 1,500 Pakistani rupees (PKR) (approximately US$14; 1 PKR = US$0.009543); double cash (DC), a cash transfer of 3,000 PKR; or a fresh food voucher (FFV) of 1,500 PKR; the cash or voucher amount was given every month over six consecutive months. The control group (CG) received no specific cash-related interventions. The median total household income for the study sample was 8,075 PKR (approximately US$77) at baseline. We hypothesized that, compared to the CG in each case, FFVs would be more effective than SC, and that DC would be more effective than SC—both at 6 mo and at 1 y—for reducing the risk of child wasting. Primary outcomes of interest were prevalence of being wasted (weight-for-height z-score [WHZ] < −2) and mean WHZ at 6 mo and at 1 y.The odds of a child being wasted were significantly lower in the DC arm after 6 mo (odds ratio [OR] = 0.52; 95% CI 0.29, 0.92; p = 0.02) compared to the CG. Mean WHZ significantly improved in both the FFV and DC arms at 6 mo (FFV: z-score = 0.16; 95% CI 0.05, 0.26; p = 0.004; DC: z-score = 0.11; 95% CI 0.00, 0.21; p = 0.05) compared to the CG. Significant differences on the primary outcome were seen only at 6 mo. All three intervention groups showed similar significantly lower odds of being stunted (height-for-age z-score [HAZ] < −2) at 6 mo (DC: OR = 0.39; 95% CI 0.24, 0.64; p < 0.001; FFV: OR = 0.41; 95% CI 0.25, 0.67; p < 0.001; SC: OR = 0.36; 95% CI 0.22, 0.59; p < 0.001) and at 1 y (DC: OR = 0.53; 95% CI 0.35, 0.82; p = 0.004; FFV: OR = 0.48; 95% CI 0.31, 0.73; p = 0.001; SC: OR = 0.54; 95% CI 0.36, 0.81; p = 0.003) compared to the CG. Significant improvements in height-for-age outcomes were also seen for severe stunting (HAZ < −3) and mean HAZ. An unintended outcome was observed in the FFV arm: a negative intervention effect on mean haemoglobin (Hb) status (−2.6 g/l; 95% CI −4.5, −0.8; p = 0.005). Limitations of this study included the inability to mask participants or data collectors to the different interventions, the potentially restrictive nature of the FFVs, not being able to measure a threshold effect for the two different cash amounts or compare the different quantities of food consumed, and data collection challenges given the difficult environment in which this study was set.

Conclusions

In this setting, the amount of cash given was important. The larger cash transfer had the greatest effect on wasting, but only at 6 mo. Impacts at both 6 mo and at 1 y were seen for height-based growth variables regardless of the intervention modality, indicating a trend toward nutrition resilience. Purchasing restrictions applied to food-based voucher transfers could have unintended effects, and their use needs to be carefully planned to avoid this.

Trial registration

ISRCTN registry ISRCTN10761532

Data sharing in clinical trials: An experience with two large cancer screening trials

PLoS Medicine - Ma, 23/05/2017 - 23:00

by Claire S. Zhu, Paul F. Pinsky, James E. Moler, Andrew Kukwa, Jerome Mabie, Joshua M. Rathmell, Tom Riley, Philip C. Prorok, Christine D. Berg

Paul Pinsky of the US National Cancer Institute and colleagues describe the implementation and outcomes of web-based data sharing from the PLCO and NLST cancer screening trials.

Measuring personal beliefs and perceived norms about intimate partner violence: Population-based survey experiment in rural Uganda

PLoS Medicine - Ma, 23/05/2017 - 23:00

by Alexander C. Tsai, Bernard Kakuhikire, Jessica M. Perkins, Dagmar Vořechovská, Amy Q. McDonough, Elizabeth L. Ogburn, Jordan M. Downey, David R. Bangsberg

Background

Demographic and Health Surveys (DHS) conducted throughout sub-Saharan Africa indicate there is widespread acceptance of intimate partner violence, contributing to an adverse health risk environment for women. While qualitative studies suggest important limitations in the accuracy of the DHS methods used to elicit attitudes toward intimate partner violence, to date there has been little experimental evidence from sub-Saharan Africa that can be brought to bear on this issue.

Methods and findings

We embedded a randomized survey experiment in a population-based survey of 1,334 adult men and women living in Nyakabare Parish, Mbarara, Uganda. The primary outcomes were participants’ personal beliefs about the acceptability of intimate partner violence and perceived norms about intimate partner violence in the community. To elicit participants’ personal beliefs and perceived norms, we asked about the acceptability of intimate partner violence in five different vignettes. Study participants were randomly assigned to one of three survey instruments, each of which contained varying levels of detail about the extent to which the wife depicted in the vignette intentionally or unintentionally violated gendered standards of behavior. For the questions about personal beliefs, the mean (standard deviation) number of items where intimate partner violence was endorsed as acceptable was 1.26 (1.58) among participants assigned to the DHS-style survey variant (which contained little contextual detail about the wife’s intentions), 2.74 (1.81) among participants assigned to the survey variant depicting the wife as intentionally violating gendered standards of behavior, and 0.77 (1.19) among participants assigned to the survey variant depicting the wife as unintentionally violating these standards. In a partial proportional odds regression model adjusting for sex and village of residence, with participants assigned to the DHS-style survey variant as the referent group, participants assigned the survey variant that depicted the wife as intentionally violating gendered standards of behavior were more likely to condone intimate partner violence in a greater number of vignettes (adjusted odds ratios [AORs] ranged from 3.87 to 5.74, with all p < 0.001), while participants assigned the survey variant that depicted the wife as unintentionally violating these standards were less likely to condone intimate partner violence (AORs ranged from 0.29 to 0.70, with p-values ranging from <0.001 to 0.07). The analysis of perceived norms displayed similar patterns, but the effects were slightly smaller in magnitude: participants assigned to the “intentional” survey variant were more likely to perceive intimate partner violence as normative (AORs ranged from 2.05 to 3.51, with all p < 0.001), while participants assigned to the “unintentional” survey variant were less likely to perceive intimate partner violence as normative (AORs ranged from 0.49 to 0.65, with p-values ranging from <0.001 to 0.14). The primary limitations of this study are that our assessments of personal beliefs and perceived norms could have been measured with error and that our findings may not generalize beyond rural Uganda.

Conclusions

Contextual information about the circumstances under which women in hypothetical vignettes were perceived to violate gendered standards of behavior had a significant influence on the extent to which study participants endorsed the acceptability of intimate partner violence. Researchers aiming to assess personal beliefs or perceived norms about intimate partner violence should attempt to eliminate, as much as possible, ambiguities in vignettes and questions administered to study participants.

Trial registration

ClinicalTrials.gov NCT02202824.

FDA approves first cancer treatment for any solid tumor with a specific genetic feature

Food and Drug Administration - Ma, 23/05/2017 - 21:01
The U.S. Food and Drug Administration today granted accelerated approval to a treatment for patients whose cancers have a specific genetic feature (biomarker). This is the first time the agency has approved a cancer treatment based on a common biomarker rather than the location in the body where the tumor originated
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Three amazing nature areas shortlisted for World Heritage status

New Scientist - Ma, 23/05/2017 - 19:50
Newly proposed world heritage sites in Argentina, China and West Africa could safeguard threatened and endemic species such as elephants and snow leopards

Trump’s 2018 budget slashes funding from healthcare and science

New Scientist - Ma, 23/05/2017 - 19:05
Medicaid is slated to lose billions of dollars in funding, as are many medical, humanitarian and scientific organisations

Bioelectric tweak makes flatworms grow a head instead of a tail

New Scientist - Ma, 23/05/2017 - 19:00
Flatworms regenerate lost body parts, but change the current in their cells and they can regrow the wrong thing, hinting at electricity’s role in body plans
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