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Influenza e bimbi:
il vaccino aspetti

Alberto E. Tozzi - Istituto Superiore di Sanità, Milano

L’incoraggiamento statunitense a vaccinare anche i bambini sani tra i 6 e i 23 mesi continua a far discutere, ma i dati disponibili non sono ancora sufficienti a far pendere la bilancia dei pro e dei contro verso l’estensione delle indicazioni a tutta la popolazione pediatrica.

Cosa pensa l’Italia
Bibliografia


Come ogni autunno si ricomincia a discutere del vaccino antinfluenzale. Quest’anno in particolare, per la prima volta, l’Advisory Committee on Immunization Practices degli Stati Uniti incoraggia la vaccinazione dei bambini, quando possibile, non appartenenti alle categorie a rischio, di età compresa tra i 6 e i 23 mesi di vita. Ed è anche raccomandata la vaccinazione dei conviventi degli stessi bambini. Questo perché le strategie rivolte a gruppi di età definiti sono più efficaci di quelle rivolte alle categorie a rischio: negli Stati uniti, infatti, le coperture raggiunte nelle categorie a rischio in età pediatrica sono insoddisfacenti. L’altra osservazione a supporto di questa strategia è che, sempre negli Stati uniti, il tasso di ricoveri per sindromi influenzali in base alle diagnosi cliniche nei bambini da 0 a 4 anni è stato in media 500/100.000 negli individui ad alto rischio, e circa 100/100.000 in quelli sani, con un picco massimo sotto l’anno di vita. Questi valori sono simili a quelli osservati per gli anziani nello stesso paese. Anche se l’interpretazione di questi dati è difficile, visto che durante la stagione invernale altri virus, in particolare il virus respiratorio sinciziale, possono essere responsabili di malattie simili all’influenza, la vaccinazione in questo gruppo di età avrebbe lo scopo di prevenire una quota significativa di ricoveri ospedalieri.

Condizioni di rischio
  • malattie croniche a carico dell’apparato respiratorio (asma inclusa)
  • malattie croniche a carico dell’apparato circolatorio
  • malattie croniche a carico dell’apparato uropoietico
  • malattie degli organi emopoietici
  • diabete e altre malattie dismetaboliche
  • sindromi da malassorbimento intestinale
  • fibrosi cistica
  • malattie congenite o acquisite con produzione carente di anticorpi
  • patologie per le quali sono programmati importanti interventi chirurgici
  • somministrazione prolungata di acido acetilsalicilico
  • patologie per le quali sono programmati importanti interventi chirurgici

Cosa pensa l’Italia
Durante la scorsa stagione il sistema di sorveglianza dell’influenza ha fatto registrare in Italia un’incidenza per tutto il periodo epidemico pari a più di 200 casi per 100.000 tra 0 e 14 anni. Questo è stato il valore più alto degli ultimi quattro anni ed è superiore a quello osservato nella popolazione degli ultrasessantaquattrenni. Ma allora vale la pena vaccinare i bambini? La risposta non è semplice e deve tener conto di più fattori. L’efficacia del vaccino antinfluenzale in età pediatrica è stata studiata in diversi lavori, e varia da circa il 50 al 90 per cento secondo il gruppo di età. Se si esamina la risposta anticorpale alla vaccinazione, la sieroconversione varia anch’essa nello stesso range di valori. Nella maggior parte degli studi disponibili l’efficacia e l’immunogenicità dei vaccini sono migliori con l’aumentare dell’età. Altri studi, inoltre, documentano una riduzione di circa il 30 per cento degli episodi di otite media acuta associati all’influenza nei bambini vaccinati. La tollerabilità dei vaccini in commercio è molto elevata, e proprio per mantenere al minimo le reazioni indesiderate si raccomanda l’utilizzo di quelli a sub unità o split in età pediatrica.
Ma mettendo da parte efficacia e tollerabilità, la questione da tenere ben presente è che il bambino, per la propria inesperienza immunitaria, subisce numerose infezioni virali a carico dell’apparato respiratorio, e non solo da parte dei virus influenzali. Una recente revisione sistematica (Demicheli 2002) ha documentato negli adulti una buona efficacia dei vaccini antinfluenzali nei confronti delle infezioni sierologicamente confermate, che tuttavia non superava il 24 per cento in caso di sindromi influenzali non confermate con diagnosi di laboratorio. Dato che non tutte le sindromi influenzali sono sostenute da virus influenzali, non ci si può attendere dalla vaccinazione del bambino un beneficio notevole. Bisogna cioè tenere ben distinte l’efficacia del vaccino nei confronti del virus verso cui è diretto, dalla sua efficienza, che dipende da qual è la percentuale di sindromi influenzali causate dal virus dell’influenza. Sulla base di quanto detto, per il momento non è dunque possibile stabilire quale impatto possa avere una strategia universale come quella proposta negli Stati uniti sui ricoveri ospedalieri né se possa avere eventuali ricadute indirette negli anziani, come suggerito da un ultracitato, ma anche contestato, studio giapponese (Reichert 2001). Inoltre, aggiungere la vaccinazione antinfluenzale al calendario vaccinale infantile non sarebbe semplice, perché per ottenere risultati degni di nota sarebbe necessaria una copertura assai elevata, con un impegno notevole a fronte dei numerosi obiettivi delle altre strategie vaccinali che non sono ancora stati raggiunti.
Per ora dunque, in Italia il Ministero della salute raccomanda la vaccinazione in età pediatrica solo nelle categorie a rischio (vedi il riquadro). Anche su questo versante, tuttavia, vi sono novità da non sottovalutare e che potrebbero far rivedere le attuali indicazioni. Da poco, infatti sono state completate due revisioni sistematiche che riguardano l’efficacia e il beneficio che la vaccinazione può produrre in caso di asma bronchiale e fibrosi cistica: per gli asmatici non ci sono dati sufficienti per valutare i benefici della vaccinazione antinfluenzale e anche per i pazienti con fibrosi cistica quelli disponibili non dimostrano alcun beneficio (Cates 2002, Tan 2002).

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