vai alla home page COUNSELLING -


Con le ipotesi l’ascolto è attivo

Silvana Quadrino - Società italiana counselling sistemico  (SICIS) Torino

Di fronte a una mamma che non sa più come comportarsi con la figlia il pediatra deve evitare consigli generici e cercare di capire qual è lo spazio per il suo intervento Restituire lo spazio di scelta

IL CASO – Non va bene niente

Miriam ha 5 anni: non è una di quelle bambine che ne hanno sempre una e sua madre non è stata, finora, particolarmente apprensiva. Così, l’immagine che ho di Miriam e della sua famiglia è alquanto nebulosa, legata al morbillo dello scorso anno (visita domiciliare, c’era la mamma) e a due o tre controlli per postumi di influenza, tosse invernale e così via (visite in ambulatorio, sempre con la mamma). Questa volta, la mamma di Miriam si presenta da sola: «Abbia pazienza se le faccio perdere un po’ di tempo, avevo piacere di parlarle, se ha due minuti. Il fatto è che, ultimamente, abbiamo avuto problemi a casa in famiglia tra me e mio marito, e credo che la bambina ne abbia risentito. Ne parlo con lei perché non so proprio con chi consigliarmi; mi sembra che Miriam abbia un atteggiamento… Io non so se devo interpretarlo come il suo carattere o se la cosa dipende da me, se sono io che faccio qualcosa che non va, o da mio marito, o da tutti e due. Perché ci sono giornate veramente incredibili, è una discussione su ogni cosa, una sfida su tutto, farsi obbedire è quasi impossibile, è una lotta estenuante su ogni piccola cosa. Se le dico no pretende che le spieghi, vuole i motivi e se non le vanno bene continua, finché a un certo punto io… Non sono a favore della sberla, ma mi scappa, anche perché veramente ti riduce a uno stato che non la sopporti più. Vorrei capire da cosa dipende, cosa devo fare, perché adesso è grandina e se non trovo ora il modo giusto…».

 

Il discorso della mamma di Miriam è un inizio classico: le richieste vaghe, a sfondo educativo comportamentale continuano ad aumentare: in molti casi vengono fatte domande alle quali il pediatra non è, e non può essere, in grado di rispondere; in altri, come quello narrato, è necessaria tutta la sua abilità soltanto per capire qual è la richiesta e per trovare un modo utile di rispondere.
Il curante durante questo inizio di colloquio, in modo non verbale, deve aver segnalato incoraggiamento (la signora inizia quasi scusandosi, ma poi prosegue senza difficoltà) e poi disposizione all’ascolto; infatti la mamma porta a termine la lunga sequenza descrittiva, concludendo con una richiesta che chiama in causa il medico. Da questo punto in avanti i diversi modi di intervenire possono determinare sviluppi del colloquio differenti e non tutti ugualmente utili. Nel riquadro più avanti sono riportate le modalità di risposta più frequenti ma che, più facilmente, producono difficoltà comunicative e relazionali: chiusura da parte dell’altro, risposte reattive e così via. Invece la guida mentale in queste situazioni è definita ipotizzazione: l’ascolto attivo consiste nella produzione di domande mentali che permettono di seguire la traccia narrativa della mamma, alla ricerca di ipotesi che rendano più significativo il racconto: cosa si deve sapere per dare un senso alla richiesta? Non tutto ciò che non si conosce è però ugualmente importante; per iniziare, il pediatra può cercare di capire:
• perché oggi (ipotesi: sta accadendo qualcosa di speciale in questo momento);
• perché dal pediatra (ipotesi: ci sono stati altri pareri? Ci sono decisioni importanti in vista, che richiedono un appoggio autorevole?);
• perché quei particolari aspetti del comportamento (ipotesi: qualcosa o qualcuno ha concentrato l’attenzione, o le critiche, su quei comportamenti della bambina?), per ottenere cosa?

Pediatra: «Voi da quanto tempo notate questi atteggiamenti?».
Mamma: «Noi abbiamo problemi di coppia fin da quando lei è nata. Sono rimasta incinta quando dovevo laurearmi; abbiamo deciso di tenerla, ci siamo sposati, però poi ho voluto laurearmi. Dopo la nascita è stato un anno duro: dovevo studiare, allattare e fare tutto; lui non era interessato a Miriam, così lei si è attaccata a me, in maniera quasi un po’ morbosa. Ancora adesso, se io devo uscire, lei piange disperata».

Il pediatra ha costruito una domanda ben diretta, seguendo l’ipotesi mentale: «Sta succedendo qualcosa di particolare adesso?». Ha scelto una domanda di tipo storico (da quanto tempo) e ha tentato un ampliamento alla coppia, utilizzando il pronome voi, in contrasto con tutta la precedente descrizione della mamma, prevalentemente in prima persona. Ottiene così una nuova descrizione, in cui sembrano comparire alcune radici causali dei comportamenti di Miriam. Questa sembrerebbe essere, almeno in parte, l’ipotesi della mamma su perché la figlia è così. Ma perché la signora si è rivolta adesso al pediatra?

Pediatra: «E ha visto Miriam sempre così attaccata a lei, tanto che un po’ la preoccupa? O ultimamente ha notato qualcosa in particolare?».
Mamma: «Attaccata sì, è attaccata. Ma soprattutto mi provoca, ci provoca. Magari stiamo guardando la televisione e lei, qualunque cosa abbia in mano, comincia a fare rumore. Suo papà le dice di smettere, lei continua, e alla fine io prendo ciò che usa e lo nascondo; lei va in camera, torna per esempio con una bambola che canta, la mette lì e la fa cantare. Io le dico di smettere ma lei ride e ti guarda come dire: voglio vedere quanto tu sei capace di resistere e fino a che punto resisto io».

Al di là della descrizione sempre più ricca (e più infastidita) dei comportamenti di Miriam, la risposta contiene un elemento interessante: il ritorno a una descrizione a due. Il papà compare e immediatamente scompare: è la mamma ad agire, rimproverare, ed è lei che si sente sfidata. C’è spazio per una ipotesi di difficoltà educative da parte della coppia, ma perché parlarne con il pediatra? E se le cose stessero effettivamente così, c’è spazio per un suo intervento, e quale?
Quello che guida il pediatra è ancora una volta il processo di ipotizzazione, utilizzato non per la convalida della sua ipotesi (i due genitori non sono d’accordo sul modo di educare Miriam) ma per la falsificazione o l’ampliamento della stessa:

Pediatra: «Lei mi diceva all’inizio che ci sono stati problemi di coppia, ultimamente. E poi che c’è questo modo di fare di Miriam, che mi sta descrivendo, che in questo momento la preoccupa particolarmente. Sono due cose che collegherebbe? E come?».
Mamma: «E’ tutto così, ha giorni in cui è più tranquilla e giorni in cui inizia appena si sveglia la mattina e finisce la sera quando finalmente si addormenta, ma non dipende da noi, se litighiamo, mi sembra di no. E pensare che invece a scuola la maestra non fa che dirmi che è bravissima, che riesce a stare con tutti, qualsiasi cosa le propongano di fare è contenta, anche se non deve mangiare determinate cose per via della religione del papà, non protesta, non come i suoi cuginetti che a volte a scuola fanno storie per il prosciutto».

L’informazione mancante arriva così, quasi in sottotono, ma apre un filone di ipotesi del tutto nuovo: c’è un rapporto fra le differenze di religione, di cultura, di abitudini dei genitori e quanto espresso dalla mamma? Per cominciare, è buona regola non fingere di sapere. L’ipotesi che le difficoltà possano essere legate anche a queste differenze compare solo ora ed è importante segnalarlo:

Pediatra: «E’ vero, sa che non pensavo più a questo aspetto, forse dovremmo tenerne conto. Suo marito di dove è esattamente?».
Mamma: «E’ giordano. E’ in Italia da quasi 15 anni; si è laureato a Venezia, per cui ormai conosce bene la nostra cultura, sta bene anche qui, si è integrato tantissimo. Ma come mentalità, lui è musulmano, e anche la sua famiglia. Hanno il loro modo di pensare, finché stiamo qui va bene ma… Alcuni fra i problemi che abbiamo avuto ultimamente sono dovuti a una sua opportunità di lavoro in Giordania; io non voglio andarci, non voglio che la bambina cresca in quell’ambiente e questo ha creato un grosso conflitto. Probabilmente Miriam l’ha sentito perché c’è stato un momento di allontanamento tra noi, quasi eravamo arrivati a pensare di separarci. Mio marito è sempre stato molto moderato, prima di perdere la pazienza ce ne voleva e adesso… un po’ forse perché non è contento di rimanere qui, vorrebbe tornare a casa, un po’ tutto…».
Pediatra: «Lei direbbe che suo marito fa più fatica adesso a reggere i comportamenti di Miriam?».
Mamma: «Lui dice che le sue sorelle non hanno mai fatto così da bambine, che se andassimo a vivere là si abituerebbe a comportarsi in un modo diverso».

Restituire lo spazio di scelta
Con una buona dose di pazienza (evitando risposte spontanee, esplorando, cercando di non dare giudizi) e di abilità (domande ben formulate, senza farsi sfuggire informazioni importanti) il pediatra ha ora una risposta alla domanda «perché adesso?». Per arrivare a una conclusione utile e sensata manca ancora una risposta (cosa si aspettava la mamma da questa visita) e il pediatra può utilizzare due modalità classiche del counselling:
• il riassunto: «Era a questa situazione che si riferiva all’inizio, quando parlava di tensioni? L’ipotesi che ha fatto, mi pare, è che Miriam possa avere risentito delle vostre tensioni, che ultimamente erano legate all’ipotesi di trasferimento in Giordania. Però è anche vero che poi, parlandone, diceva anche che non sempre è la tensione fra voi due a renderla più provocatoria, più inquieta»;
• la domanda incompleta: «Adesso ha deciso di parlarne con me solo per provare a capire un po’ meglio la sua bambina, o…».

Cosa non fare
  • limitarsi a rassicurare, utilizzando come supporto le conoscenze psicopedagogiche e l’esperienza : «I genitori si chiedono sempre se stanno sbagliando, soprattutto se ci sono tensioni in famiglia. Ma ogni bambino ha il suo carattere, non è il caso di preoccuparsi. Magari quando sarà grande questa sua decisione e questa sua determinazione saranno un vantaggio»
  • dare consigli di comportamento, proporre un intervento: chiedere al papà di essere più autoritario, provare a parlare con il bambino, parlare con gli insegnanti, suggerire di essere più severi o più condiscendenti o di non fare caso alle insistenze del figlio
  • interpretare, lanciarsi in una rilettura psicologica del comportamento descritto, arrischiando ipotesi su perché il figlio si comporta in quel modo, cosa cerca di ottenere, cosa produce nella psiche di un bambino il timore della separazione dei genitori
  • rimproverare i genitori per aver permesso che il figlio sviluppasse i suoi comportamenti esigenti e capricciosi, per aver lasciato che assistesse alle loro liti, o per non essere intervenuti prima

Quest’ultima lascia la scelta fra un’ipotesi del pediatra e tutte le altre, che solo la mamma può individuare. Invece la domanda aperta (Ma lei cosa si aspettava venendo qui?) rischia di assumere connotazioni di giudizio o di essere interpretata come un segnale di disinteresse (come dire: ma lei cosa vuole da me?).
Mamma: «Io vorrei solo essere sicura di non fare troppi sbagli, perché è lui in realtà quello che sopporta meno, ma dice a me “Basta, falla smettere”. Così se c’è da dare una sberla sono io a farlo, sono io quella che urla, ma è lui che vorrebbe vedere Miriam diversa, più obbediente».
Pediatra: «Direi che questa è la cosa principale: sulle decisioni di vita, il trasferimento, le scelte di lavoro, non posso aiutarla né darle un parere, ma certo è importante e non è strano che si rifletta sull’umore vostro e della bambina. Per quel che riguarda Miriam, è bene che lei si senta più sicura nel modo di intervenire, di rispondere. La cosa migliore è cercare di osservare quali interventi funzionano meglio, andando per tentativi. Veda se riesce a decidere con suo marito qualcuno di questi modi di intervenire, magari cercandone uno che non avete mai usato prima, non so, non farle caso o lasciare che sia uno solo di voi due a intervenire. Ma è lei, siete voi che potete trovare il modo migliore. La prossima volta che mi porta la bambina ne riparliamo, così mi dice se ci sono cambiamenti, se ha notato qualcos’altro, e sentiamo anche cosa ne dice Miriam. D’accordo?».

Counselling in pediatria
  • non ampliare troppo il campo di intervento, attenzione soprattutto agli sconfinamenti psicopedagogici
  • non dare indicazioni generiche, ideologiche o teoriche
  • dare al genitore elementi concreti per affrontare meglio ciò che lo preoccupa
  • cercare di riutilizzare quanto è stato detto in quel colloquio negli interventi futuri

La prima frase della mamma può essere quello che lei si aspetta, ed è su questo che il pediatra costruisce la sua conclusione, tenendo a mente le specificità di un intervento di counselling pediatrico (vedi il riquadro in alto). Troppo poco? Certo, la signora andrà via senza decisioni o pareri risolutivi, ma è proprio questo l’aspetto di qualità. Le diverse ipotesi che hanno guidato l’intervento, giuste o sbagliate che fossero, convergevano in una direzione: qualcosa sta impedendo alla mamma di avere fiducia nei propri comportamenti educativi. L’intervento minimo praticabile è restituirle lo spazio delle prove, delle decisioni anche in una fase della vita familiare turbata da tensioni. Nelle visite successive, si potrà partire da un contratto più chiaro: la mamma cerca uno stile educativo più adeguato insieme con il marito e il pediatra la aiuta a verificarlo e a consolidarlo.


Invia un tuo commento alla redazione di OCP


inizio torna all'inizio
sommario vai al sommario
vai alla home page