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Nel paese dell'acqua e dei bimbi senza volto

Carmine Del Rossi - Parma
In Bangladesh a minacciare il futuro dei bambini è anche l'inaccettabilità sociale delle malformazioni congenite.
La dignità è nell’aspetto

 

IL CASO – Il paesaggio muta, la povertà resta

Dall’aereo il Bangladesh appare subito come un paese d’acqua, non solo per i due grandi fiumi, il Brahmaputra e il Gange che scendono dall’Himalaya, ma anche per tutta l’acqua che scende dal cielo, durante la stagione delle piogge, che vuol dire da giugno a ottobre. In questo momento dell’anno il volto del paese cambia radicalmente, le campagne si trasformano in lagune e le comunicazioni, già difficili, diventano quasi impossibili.
Per conoscere il Bangladesh e i suoi abitanti bisogna visitarne i villaggi: quasi il 90 per cento della popolazione vive lì, in capanne di argilla che spesso vengono spazzate via dagli eventi naturali più violenti, esondazioni dei fiumi o cicloni. Quando si attraversa un villaggio i primi elementi a colpire gli occhi e la mente sono la povertà, visibile ovunque, le condizioni igieniche scadenti, la mancanza di acqua potabile.
E anche se non capita di vedere bambini gravemente denutriti, non bisogna fermarsi all’apparenza…

In Bangladesh la ricchezza spontanea della terra assolve in parte alle necessità nutritive, ma un’alimentazione bilanciata è privilegio di pochi. Per la maggior parte delle persone la dieta è fatta solo di riso e vegetali e il 60 per cento circa dei bambini al di sotto dei 15 anni presenta segni importanti di malnutrizione, per scarso apporto proteico.
Per i piccoli la vita non è facile e nemmeno sempre garantita. La mortalità infantile è di 67 bambini ogni 1.000 nati vivi, ma se la si calcola al di sotto dei 5 anni di età sale al 96 per mille. Già la nascita è un’esperienza a rischio, e non solo per i neonati. La mortalità materna legata al parto è di 4,3 donne ogni 1.000 bambini nati vivi. Secondo dati recenti, del 1999, solo il 13 per cento delle partorienti riceve qualche forma di assistenza professionale: il 7,8 per cento da medici e il 5,2 per cento da altre figure quali ostetriche o infermiere. Sono più spesso assistite al parto da persone esperte le donne di città e quelle con scolarizzazione secondaria.
Tra le principali cause di morte nell’infanzia è da ricordare il tetano dei neonati, dovuto alla tradizione, ancora in uso nei villaggi, di applicare sterco di vacca sul moncone ombelicale. Altre condizioni fatali sono la prematurità e la polmonite. Quest’ultima è frequente soprattutto nel periodo invernale, quando durante la notte la temperatura può scendere al di sotto dei 10 gradi anche dentro le capanne.
La diarrea, la malaria, il morbillo, la tubercolosi, la poliomielite mietono altre piccole vittime ogni anno. Nel 1999 sono stati segnalati ancora 736 casi di poliomielite e nel 2000 sono stati stimati oltre 300.000 nuovi casi di tubercolosi nella popolazione generale.
Nove bambini su dieci hanno infestazioni parassitarie che provocano anemie croniche, deficit di crescita e iposviluppo muscolare. Sono segnalate occlusioni intestinali da ascaridi, che vengono risolte immettendo ossigeno nel tubo digerente con un sondino nasogastrico per debellare i vermi abituati a un ambiente anaerobio.
Molto frequenti tra i bambini bengalesi sono le ustioni conseguenti di solito a incidenti domestici: negli angusti ambienti delle capanne, dove in pochi metri quadrati possono convivere dieci e più persone, è facile che un bimbo piccolo cada sul fuoco acceso per cucinare o che si rovesci addosso una lampada per illuminazione. La scarsa disponibilità di antibiotici e l’impossibilità di acquistarli per la maggior parte delle persone, unite alla difficoltà di accedere a interventi di chirurgia plastica, fanno sì che le ustioni abbiano un alto tasso di mortalità e gravi esiti a lungo termine. Retrazioni cicatriziali devastanti, magari derivate dalla guarigione spontanea di ustioni all’origine banali, possono influire sulla vita futura dei piccoli per il loro effetto deturpante o per la compromissione funzionale della parte del corpo interessata (spesso le mani).

La dignità è nell’aspetto
Un’altra causa di disabilità di grande impatto sulla vita dei piccoli sono le malformazioni. Con gigantesche ernie inguinali, anomalie degli organi genitali o dell’intestino, oppure con labiopalatoschisi anche di grave entità i bambini sono costretti a convivere per tutta la vita.
Ma in Bangladesh, ancor più che altrove, una malformazione congenita, soprattutto se visibile come quelle che colpiscono il volto, è una sventura, non solo per la scarse opportunità di porvi rimedio ma anche per i risvolti sociali: nel villaggio il portatore di un’anomalia fisica viene emarginato fin da piccolo e in una società in cui il matrimonio è una contrattazione che avviene tra i genitori dei futuri sposi, per un giovane affetto da una malformazione diventa quasi impossibile trovare un compagno o una compagna.
Ai bambini il cui futuro è incerto per le condizioni di salute si aggiungono poi quelli costretti a lavorare o a mendicare per vivere. A questi oltretutto è preclusa la possibilità di andare a scuola. Li si può incontrare infatti tutti i giorni nelle bettole, nei campi, nelle fabbriche dove lavorano, ma li si vede spesso nelle strade dove chiedono l’elemosina, raccattano rifiuti commestibili, rubacchiano quel che trovano.

Affollati nei villaggi Pochi mezzi per la salute
Il Bangladesh, circondato su tre fronti (nord, ovest e est) dall’India e affacciato sul Golfo del Bengala a sud, ha una popolazione di 127 milioni di abitanti (stima del 1999), per la maggior parte di religione musulmana e di etnia bengali. Su un territorio di 147.000 chilometri quadrati, meno della metà dell’Italia, la densità abitativa è tra le più alte al mondo: quasi 900 abitanti per chilometro quadrato, la maggior parte residenti nelle campagne (la popolazione urbana rappresenta meno del 20 per cento del totale). Nel 1999 il reddito procapite era di 370 dollari l’anno. L’aspettativa di vita è di 58 anni. La percentuale di analfabetismo si aggira attorno al 60 per cento. I villaggi sono entità socioeconomiche a se stanti; al loro interno le decisioni importanti, per esempio nelle controversie familiari, negli aggiustamenti matrimoniali, nei litigi tra abitanti, vengono affrontate con la mediazione del capovillaggio, una figura non istituzionale, ma investita di grande autorità. In Bangladesh le risorse sanitarie sono scarse, con disponibilità di un medico ogni 5.000 abitanti e di un posto letto ogni 3.500 (in Italia il rapporto è rispettivamente di uno su 180 e uno su 150 abitanti).
In tutto il paese esiste un solo ospedale pediatrico, lo Shishu Hospital di Dhaka, la capitale, dove vengono eseguiti poco più di 1.000 interventi l’anno, per lo più urgenze chirurgiche In realtà la domanda di salute da parte dei bambini è alta, in quanto rappresentano circa il 50 per cento della popolazione (il tasso di fertilità, pari a 3,2 parti per donna, è uno dei più alti al mondo). La maggior parte dei bambini, vivendo in ambiente rurale, non ha alcuna assistenza sanitaria. La medicina nei villaggi è tuttora praticata da stregoni, che seguono metodi spesso pericolose per la salute, ma economicamente più alla portata della popolazione rispetto alla medicina ufficiale.
Come in molti paesi a basso reddito, anche in Bangladesh larghi segmenti di popolazione non hanno accesso alle cure sanitarie di base, per lo più gestite dal settore privato e se vi sono strutture sanitarie pubbliche, i risultati a livello di qualità sono molti scarsi.

Un sorriso regala il futuro

Andrea Di Francesco,
Nicola Mannucci, Giuseppe Verrina, Enrico Sesenna, Anna Maria Ruggiero,
associazione Progetto sorriso

Dal 1997 un gruppo
di volontari italiani, composto da chirurghi,
anestesisti e infermieri professionali, svolge un’attività di chirurgia specialistica
per il trattamento delle malformazioni facciali dei bambini presso un ospedale missionario
in Bangladesh

L’ospedale è il Santa Maria Sick Assistance di Khulna, costruito nel 1996 dall’Ordine missionario dei padri saveriani e dotato di una sala operatoria, una sala risveglio, due sale visita e due corsie da venti posti letto.
Le attrezzature chirurgiche e anestesiologiche, rare e carenti nel paese, sono state donate dalle équipe che si sono avvicendate negli anni. Oggi si può dire di operare in una struttura sanitaria efficiente e sicura sia per i pazienti sia per gli operatori, nella quale è sempre possibile garantire criteri operativi e standard qualitativi sovrapponibili a quelli messi in atto nei paesi avanzati.
Date le particolarità climatiche del paese gli interventi chirurgici devono essere concentrati nella stagione asciutta, che va da ottobre a marzo. In questo periodo si alternano con cadenza mensile vari gruppi di operatori sanitari di differenti specialità. Per ora non è stato possibile coinvolgere sistematicamente i medici locali: sono pochissimi e quasi tutti attivi solo nella capitale.
La selezione dei pazienti candidabili alla chirurgia viene fatta in base a criteri clinici, senza il supporto di esami di laboratorio o esami radiografici. Si considerano le condizioni generali e le eventuali patologie di base dei soggetti al fine di prevenire qualunque rischio durante la narcosi e l’atto chirurgico. Finora la maggior parte dei pazienti giudicati inoperabili sono stati bambini al di sotto dei dieci chili, per i quali per ora manca il supporto anestesiologico adeguato, soggetti con patologie broncopolmonari o portatori di malformazioni cranio facciali molto complesse.
Nell’arco di cinque anni, con un impegno di un mese l’anno, sono stati operati, con successo e rare complicazioni, circa 600 casi tra labiopalatoschisi, schisi facciali e altre malformazioni del viso. Il servizio ambulatoriale è passato dalle 100 visite del primo anno alle oltre 300 del 2001. In questi anni il lavoro si è concentrato sul trattamento delle malformazioni del viso di bambini e vale la pena di sottolineare il significato che assume nel particolare contesto culturale. Per i canoni culturali e religiosi locali un viso deforme è ritenuto non accettabile e possibilmente segno di una maledizione atavica da scontare con l’isolamento familiare e sociale.
Dato che il servizio sanitario pubblico è praticamente inesistente è ovvio che normalmente un trattamento chirurgico è alla portata di pochissimi. Ecco perché l’intervento del gruppo di volontari rappresenta per i piccoli e per le loro famiglie una sorta di miracolo e un occasione insperata di riabilitazione.
Famiglie additate come maledette e madri ripudiate perché generatrici di un bimbo malformato, bambini e bambine senza un futuro a causa della loro deformità trovano un’opportunità di riscatto, ed escono dall’ospedale con il coraggio di guardare finalmente in faccia i parenti e i vicini. Accade così che i bambini entrino in sala operatoria felici e si risveglino dall’anestesia con il solo desiderio di vedersi allo specchio, incuranti persino del dolore. Una volta tornati nei loro villaggi, da dove erano partiti magari la sera al buio, come devono fare i maledetti, vengono accolti come prescelti da Dio o dal destino e diventano individui importanti e rispettati. Sono finalmente persone, per la prima volta nella loro vita. Ma oltre che la prima opportunità di accettazione sociale la ricostruzione di un labbro o di un palato rappresenta per questi piccoli la possibilità di sorridere. Così quando, dopo cinque anni di attività, si è deciso di dare al gruppo una forma giuridica, quella di un’associazione ONLUS, si è scelto di chiamarla Progetto sorriso.

 


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