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Piccole vittime di un male grande

Marina Caporlingua, Silvio Galvagno *

Numeri come pietre
Secondo le cifre di Unicef e Amnesty international un bambino su quattro muore prima di avere cinque anni, uno su cinque vive in un campo profughi, più di un milione sono gli orfani, 500.000 i disabili, e 400.000 hanno subito amputazioni a causa della guerra.
Il tasso di mortalità neonatale è fra i più alti al mondo e la mancanza di cultura sanitaria, soprattutto fra le donne, ne è la prima causa. Ogni 1.000 parti muoiono 17 donne e 165 bambini.

Fra i 25 firmatari della Convenzione dei diritti del bambino, stesa nel 1989 dalla Commissione delle Nazioni unite, c’era anche l’Afghanistan; ma i diritti di questi bambini sono rimasti sulla carta. Dopo ventitré anni di guerra restano vittime di povertà, violenza, fame, malattie, isolamento e ignoranza, in una terra scossa da continue dispute. L’alimentazione cronicamente inadeguata ha profondamente inciso sullo sviluppo di un’intera generazione di esseri umani, affetti da scorbuto e rachitismo; malattie che con mezzi adeguati si prevengono o si risolvono (tetano, poliomielite, morbillo, diarrea e infezioni dell’apparato respiratorio), qui possono diventare mortali.

Metà del cielo negata
I dieci anni di occupazione sovietica in Afghanistan hanno lasciato in eredità più di 6 milioni di profughi. Dal 1989, le faide tra milizie di etnie diverse hanno favorito il proliferare delle madrasse (scuole religiose private che fornivano gratuitamente educazione, vitto e vestiti). Qui è nato il movimento dei taliban, che una volta preso il potere, nel 1996, ha dato una nuova dimensione e una nuova natura agli abusi. La segregazione femminile ha decimato scuole e ospedali, dove più della metà dei docenti e dei medici erano donne: l’analfabetismo dilaga e le uniche strutture sanitarie sono ora quelle gestite con il supporto di personale estero. Per mantenere se stessi e le proprie madri nel 2001 a Kabul 50.000 bambini lavoravano o chiedevano l’elemosina. I molti che cercano scampo tra le montagne del Panshir non hanno il titolo giuridico di rifugiati (perché in territorio afgano) per accedere all’aiuto delle agenzie delle Nazioni unite e muoiono di fame o assiderati. Se mai la guerra finirà, lascerà alle popolazioni afgane 10 milioni di mine, che uccidono i bambini al ritmo di 25 ogni giorno.

Nel 2002 è stata avviata una campagna di vaccinazione contro il morbillo che ha l’obiettivo di evitare le 35.000 morti annuali. Ma ancora più del freddo, delle carestie, delle malattie e della prolungata siccità, è stata la guerra a segnare le vite di questi bambini e adolescenti, nessuno dei quali ha mai conosciuto la pace (vedi il riquadro sopra). La vastità dei danni fisici non deve occultare quella dei traumi psicologici: nel 1997 la sola Kabul contava il 41 per cento dei ragazzi orfani e la quasi totalità vittime di violenze o testimoni di torture e uccisioni.

Catalogo dell’orrore
Sorobi è un villaggio a un’ora di macchina da Kabul: casupole di fango, uomini bruciati dal sole di montagna, qualche asino, pecore e capre. Una stanza in muratura, residuo di qualche costruzione sovietica, adibita ad aula per una manciata di bambini. I bambini erano lì quel mattino del 28 febbraio, quando all’improvviso una granata piovuta dall’alto, o forse una mina portata in aula per gioco, ha creato l’inferno. In quei mesi gli americani sganciavano dai B52 le cluster bomb, sfere di 2 metri di diametro che si aprono in volo, liberando qualche centinaio di piccole bombe metà azzurre e metà gialle, che scendono dolcemente con il loro paracadute, quasi uno spettacolo. Quelle che non esplodono subito rimangono sul terreno, colorate come i sacchetti contenenti gli aiuti umanitari. Un bimbo ne è facilmente attratto.
Nooriallah, 10 anni, al quale i frammenti metallici hanno invaso il corpo, spezzando un femore e l’arteria femorale: due ore di intervento e poi in coma per due giorni.
Mente e corpo sociale disgregati
Una recente pubblicazione sulla ormai nota materia dei disordini da stress post traumatico, esamina la prevalenza dell’ansia nei bambini e negli adolescenti palestinesi, sottoposti all’impatto emotivo dell’Intifada (Thabet AAM et al. Emotional problems in Palestinian children living in a war zone : a cross-sectional study. Lancet 2002; 359: 1801).
In contrasto con l’apparente ovvietà delle osservazioni fatte, è importante che lo stress che segue le catastrofi naturali, le guerre e le violazioni sistematiche dei diritti umani venga quantificato, con l’obiettivo di approntare un aiuto psichiatrico per i soggetti colpiti. Tuttavia, come viene affermato nell’editoriale di commento da Joop de Jong e Ivan Komproe, membri di un’agenzia internazionale per i rifugiati, i collaudati modelli di intervento (la relazione faccia a faccia tra terapeuta e paziente o il trattamento orientato alla famiglia), si sono definitivamente rivelati inadatti a fronteggiare le conseguenze di massa delle violenze e dei conflitti.
Spesso, per di più, i sopravvissuti e i rifugiati appartengono a gruppi etnici diversi da quello dello psichiatra, che quindi non condivide le loro espressioni verbali e corporee di disagio e i loro simbolismi. La nuova tendenza prevede un approccio orientato alla comunità, capace di concettualizzare il trauma legando i differenti livelli su cui opera: individuo, famiglia, società nel suo insieme. Dal momento che il dramma coinvolge comunità intere, vanno integrati gli interventi di diverse discipline, mediche, psicologiche, sociologiche ed epidemiologiche. Gli interventi devono essere periferici, saldati al contesto, per poter riattivare localmente la coesione sociale, il riscatto economico e guidare processi di riconciliazione e di pacificazione.
Solo questa edificazione ad ampio raggio del potenziale di risorse umane di una comunità può ricostruire gli ingranaggi del funzionamento sociale distrutti da lunghi periodi di violenza e di guerra.
(Simonetta Pagliani)

Oggi, per fortuna, mangiava una banana e sorrideva, guardandosi la gamba ancora viva. Ezat, 9 anni, le gambe le ha perse entrambe e gira in carrozzella in compagnia del milione di amputati che l’Afghanistan conta su 23 milioni di abitanti. Sadef, 10 anni, ha perso la mano sinistra ed entrambi gli occhi, ha il viso pieno di schegge. A Ziarad una scheggia è entrata nel cervello, lasciandogli una lieve emiparesi, per la quale non rinuncia a correre. Saliha, una delle poche bambine della scuola, se l’è cavata con una resezione intestinale per tre schegge entrate nell’addome. Il catalogo potrebbe continuare e annoierebbe, se si dimenticasse che parla di 19 bambini, che la mattina del 28 febbraio 2002 facevano quello che fanno i loro coetanei di tutto il mondo civilizzato e il primo di marzo 2002 erano trasformati in 19 handicappati, da una guerra senza vergogna. Bisogna guardarsi dal pensare ai frutti di vent’anni di guerra e di dieci milioni di mine come a un’inevitabile portato della storia e del folclore locale afgano; proprio come, in Italia, si ritiene un prevedibile inconveniente delle vacanze di Pasqua la settantina di morti sulle strade. Sarebbe un’altra esplosione, nel cuore e nel cervello e una mutilazione della coscienza.

A Kabul, nell’ospedale di Emergency, l’ONLUS che fornisce assistenza alle vittime civili della guerra, l’atrocità e l’assurdità dell’infanzia devastata sono quotidiane, ma non riescono a diventare abitudine. I genitori dicono che i bimbi sono avvisati del pericolo delle mine, sanno come e dove sono: la città è tappezzata di manifesti con i disegni delle mine. I bambini disobbediscono ovunque, ma in nessun posto come qui pagano per questo. Ma a volte sono ignari della sorte in agguato, come Soraya, di soli 4 anni, soccorsa lontano da Kabul da un FAP (First Aid Post) di Emergency, dove sono sempre presenti un medico afgano, due o tre infermieri e un’ambulanza: ha un piccolo buco nel torace e sul tavolo operatorio si trovano lesioni a polmoni, diaframma, fegato e intestino. La madre si è tolta il burka, e sta in silenzio con la testa tra le mani. Per «fortuna» il proiettile di kalashnikov di una sparatoria lontana era a fine corsa, se no l’avrebbe spappolata. I cento letti dell’ospedale sono occupati da bambini, uomini e donne con storie diverse, ma lo stesso epilogo: l’apparente ripetizione nasconde l’unicità delle singole esistenze offese e compromesse.

* Il testo è una sintesi, a cura della redazione, degli articoli «Disperazioni durature» e «Nel corpo e nella mente» pubblicati sul numero di giugno 2002 di Emergency, rivista quadrimestrale dell’omonima associazione.

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